L’Atlante linguistico del ladino dolomitico e dei dialetti limitrofi (ALD) è particolarmente significativo proprio perché studia sistematicamente un territorio nel quale le varietà linguistiche sono in continuo rapporto tra loro. L’ALD comprende 1.950 carte linguistiche e documenta fonetica, morfologia, sintassi e lessico delle varietà ladine e dei territori circostanti.Questo tipo di documentazione mostra quanto sia complesso tracciare confini linguistici in un’area nella quale fenomeni linguistici diversi si sovrappongono e si influenzano reciprocamente.
Le aree di transizione mettono in crisi le classificazioni rigide. La linguistica romanza conosce da tempo il problema delle cosiddette aree di transizione o di anfizona, nelle quali i fenomeni linguistici non rispettano i confini amministrativi o le classificazioni tradizionali. Proprio nella zona dolomitica troviamo una situazione particolarmente complessa: caratteristiche considerate venete possono comparire in varietà tradizionalmente associate al ladino, così come caratteristiche ladine possono comparire in varietà classificate come trentine o venete. In altre parole, il continuum linguistico non coincide necessariamente con la carta politica. Ed è proprio per questo che classificare una parlata esclusivamente sulla base del territorio amministrativo in cui viene parlata può essere problematico. Quanto sono realmente rigide le categorie con cui classifichiamo queste parlate? Quali criteri utilizziamo per stabilire il "confine" tra le stesse?
La domanda, quindi, non può essere soltanto: "A quale lingua appartiene questa parlata?" Dovremmo anche chiederci: "Quali caratteristiche linguistiche presenta? Qual è la sua storia? Quali sono i suoi rapporti con le varietà circostanti? Qual è la percezione della comunità che la parla? E quali criteri istituzionali vengono utilizzati per riconoscerla o non riconoscerla?"
La questione diventa particolarmente interessante nell’area dolomitica, dove i confini linguistici non coincidono necessariamente con i confini amministrativi e dove le varietà locali presentano spesso caratteristiche condivise da sistemi linguistici differenti.
Il caso trentino:
La questione assume un'importanza ancora maggiore nella Provincia Autonoma di Trento, poiché la provincia riconosce che la tutela e la valorizzazione delle comunità linguistiche minoritarie costituiscono una delle ragioni fondanti dell'autonomia. Oggi la tutela specifica prevista dalla legislazione provinciale riguarda le comunità della Val di Fassa, della Valle del Fersina e dell'Altopiano Cimbro.
La legge provinciale 19 giugno 2008, n. 6, infatti, disciplina espressamente la tutela e la promozione delle minoranze linguistiche locali e individua queste tre comunità come destinatari della specifica politica provinciale di salvaguardia, valorizzazione e sviluppo delle identità linguistiche e culturali.
Questo pone una questione interessante per tutte quelle varietà trentine che, pur possedendo caratteristiche linguistiche proprie e una storia locale documentabile, non rientrano in questo sistema di tutela.
Ed è qui che nasce la mia "provocazione" (intesa in senso positivo ovviamente) che riguarda la classificazione e la tutela delle lingue nel territorio trentino.
Prendiamo come esempio la zona del Primiero, che a nord confina con la Val di Fassa e con la Val di Fiemme, a est con l'Agordino, a sud e a sud-est con il Feltrino e a ovest con il Tesino.
Tradizionalmente il primierotto viene inserito nell’area del trentino orientale e messo in relazione con il feltrino di montagna, spesso definito anche feltrino rustico. Ma osservando più attentamente il territorio linguistico, emergono numerose caratteristiche che avvicinano il primierotto non soltanto al feltrino, ma anche alle parlate della Valle del Biois e al ladino cadorino.
Se il ladino cadorino è ladino, perché il primierotto è soltanto “dialetto”? Se riconosciamo nel ladino cadorino una realtà linguistica appartenente al dominio ladino, pur trovandoci in un’area di contatto e di transizione con le varietà venete, allora dobbiamo porci una domanda: quali sono esattamente i criteri scientifici, storici e istituzionali che consentono di riconoscere una varietà come “lingua” e di classificare un’altra come “dialetto”?
Non si tratta semplicemente di una questione terminologica. La distinzione tra lingua e dialetto non dipende esclusivamente dalla distanza strutturale tra due sistemi linguistici. Entrano in gioco anche fattori storici, sociolinguistici, identitari, culturali e istituzionali. Una varietà può possedere una propria struttura, una tradizione letteraria o orale, una comunità di parlanti e una forte identità locale, ma continuare a essere classificata come “dialetto” perché non dispone di uno status istituzionale autonomo.
Ed è proprio questo il punto che merita di essere discusso. Se il ladino cadorino può essere riconosciuto come ladino nonostante la sua collocazione in un’area di contatto ladino-veneta, perché una varietà come il primierotto dovrebbe essere automaticamente considerata una semplice varietà veneta o “trentina orientale”?
Il problema non è necessariamente stabilire a priori che queste varietà locali siano “lingue”. Il problema, piuttosto, è capire se siano state valutate secondo criteri linguistici omogenei e trasparenti e, soprattutto, se esista uno spazio istituzionale per riconoscere e valorizzare la loro specificità.
E... il ladino anaunico?
Il caso delle valli di Non e Sole è particolarmente interessante. Se esistono elementi linguistici che collegano le parlate anauniche alla storia linguistica ladina, sarebbe opportuno che la questione venisse affrontata attraverso una valutazione scientifica sistematica, comparativa e aggiornata, invece di essere risolta semplicemente attraverso una classificazione amministrativa o una tradizione classificatoria consolidata.
Non si tratta di “inventare” una nuova lingua. Si tratta di studiare ciò che esiste, documentarlo e lasciare che siano i dati linguistici, storici e sociolinguistici a contribuire alla sua classificazione.Ed è proprio qui che il confronto con l'ALD diventa importante: gli atlanti linguistici non partono necessariamente da confini politici prestabiliti, ma osservano la distribuzione concreta dei fenomeni linguistici sul territorio.
Lingua o dialetto? Forse la domanda è posta nel modo sbagliato! Forse dovremmo superare una volta per tutte l'idea secondo cui “lingua” e “dialetto” siano categorie puramente linguistiche e oggettive, separate da un confine scientifico sempre netto.
Una lingua può diventare lingua standardizzata, riconosciuta e istituzionalizzata attraverso processi storici e politici. Un dialetto può, invece, rimanere privo di riconoscimento istituzionale anche quando possiede caratteristiche proprie, una comunità di parlanti, una tradizione culturale e una notevole profondità storica.
Per questo motivo, la domanda “È una lingua o è un dialetto?” potrebbe essere sostituita da domande più realistiche, come “Qual è la sua struttura linguistica? qual è la sua storia e la sua identità sociolinguistica? quale livello di tutela e valorizzazione è opportuno garantire?”
Questo approccio permetterebbe di evitare sia l'eccessiva frammentazione — trasformare ogni parlata locale in una “lingua” autonoma — sia l'eccessiva semplificazione — considerare tutte le varietà di un territorio come semplici “dialetti” di una lingua dominante.
La politica linguistica può essere neutrale? E arriviamo quindi alla domanda iniziale: La politica linguistica è davvero separabile dalla politica culturale, identitaria e istituzionale?
Probabilmente è difficile sostenere che le classificazioni linguistiche abbiano sempre avuto conseguenze esclusivamente scientifiche. Il riconoscimento di una lingua significa infatti accesso a strumenti di tutela, finanziamenti, insegnamento, produzione culturale, toponomastica, ricerca e visibilità istituzionale. In Trentino esiste oggi un sistema articolato di tutela delle minoranze riconosciute, con specifici strumenti legislativi e istituzionali.
Di conseguenza, classificare una varietà non è necessariamente un atto privo di conseguenze politiche. Questo non significa che ogni classificazione sia “ideologica” o che dietro ogni scelta linguistica vi sia necessariamente una manipolazione politica. Significa, piuttosto, che dobbiamo essere consapevoli del fatto che linguistica e politica linguistica non sono la stessa cosa. La prima studia i fenomeni. La seconda decide, attraverso istituzioni e norme, quali fenomeni debbano essere riconosciuti, tutelati e promossi. La tutela linguistica non dovrebbe significare soltanto conservare una lingua in un archivio, ma permetterla di vivere nella naturalità del quotidiano.
Se esiste un patrimonio linguistico locale documentabile, perché non studiarlo? Se esistono comunità che ancora parlano queste varietà, perché non documentarle? Se esistono caratteristiche linguistiche specifiche, perché non valorizzarle?
Se il ladino dolomitico può - e deve - essere studiato e riconosciuto nella sua specificità pur trovandosi in un'area di contatto linguistico, perché non applicare gli stessi criteri scientifici — senza pregiudizi e senza conclusioni prestabilite — anche al ladino anaunico?
Questo articolo non vuol proporre che tutte le parlate trentine debbano necessariamente essere dichiarate “lingue”. Diciamo qualcosa di più semplice: Perché non studiarle con gli stessi strumenti in modo a documentarle e valorizzarle come patrimonio che contribuisce al rafforzamento dell'autonomia trentina?
Lo stesso ragionamento deve ovviamente essere esteso al Ladino Anaunico, naturalmente con le necessarie verifiche scientifiche. Tuttavia, le necessarie verifiche esistono, ma il Ladino Anaunico non gode della dovuta tutela su cui si basa anche l'autonomia provinciale/regionale.
È proficuo aprire una discussione scientifica e istituzionale per capire meglio sui criteri con cui alcune varietà vengono riconosciute e altre no. Criteri linguistici o politici? Il rischio più grande non è sicuramente quello di "riconoscere troppo", ma perdere definitivamente ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio valorizzare e tutelare abbastanza.
Se la Ladinità nel territorio della Regione Autonoma Trentino-Südtirol si presenta con due gruppi, quello del Sella e quello del Noce, sarebbe opportuno riconoscere, valorizzare e tutelare tutte le sue varietà in modo a rafforzare l'autonomia provinciale trentina.
Ed è proprio in questo spazio tra descrizione scientifica e riconoscimento istituzionale che nasce la mia provocazione: Perché no?
Le aree di transizione mettono in crisi le classificazioni rigide. La linguistica romanza conosce da tempo il problema delle cosiddette aree di transizione o di anfizona, nelle quali i fenomeni linguistici non rispettano i confini amministrativi o le classificazioni tradizionali. Proprio nella zona dolomitica troviamo una situazione particolarmente complessa: caratteristiche considerate venete possono comparire in varietà tradizionalmente associate al ladino, così come caratteristiche ladine possono comparire in varietà classificate come trentine o venete. In altre parole, il continuum linguistico non coincide necessariamente con la carta politica. Ed è proprio per questo che classificare una parlata esclusivamente sulla base del territorio amministrativo in cui viene parlata può essere problematico. Quanto sono realmente rigide le categorie con cui classifichiamo queste parlate? Quali criteri utilizziamo per stabilire il "confine" tra le stesse?
La domanda, quindi, non può essere soltanto: "A quale lingua appartiene questa parlata?" Dovremmo anche chiederci: "Quali caratteristiche linguistiche presenta? Qual è la sua storia? Quali sono i suoi rapporti con le varietà circostanti? Qual è la percezione della comunità che la parla? E quali criteri istituzionali vengono utilizzati per riconoscerla o non riconoscerla?"
La questione diventa particolarmente interessante nell’area dolomitica, dove i confini linguistici non coincidono necessariamente con i confini amministrativi e dove le varietà locali presentano spesso caratteristiche condivise da sistemi linguistici differenti.
Il caso trentino:
La questione assume un'importanza ancora maggiore nella Provincia Autonoma di Trento, poiché la provincia riconosce che la tutela e la valorizzazione delle comunità linguistiche minoritarie costituiscono una delle ragioni fondanti dell'autonomia. Oggi la tutela specifica prevista dalla legislazione provinciale riguarda le comunità della Val di Fassa, della Valle del Fersina e dell'Altopiano Cimbro.
La legge provinciale 19 giugno 2008, n. 6, infatti, disciplina espressamente la tutela e la promozione delle minoranze linguistiche locali e individua queste tre comunità come destinatari della specifica politica provinciale di salvaguardia, valorizzazione e sviluppo delle identità linguistiche e culturali.
Questo pone una questione interessante per tutte quelle varietà trentine che, pur possedendo caratteristiche linguistiche proprie e una storia locale documentabile, non rientrano in questo sistema di tutela.
Ed è qui che nasce la mia "provocazione" (intesa in senso positivo ovviamente) che riguarda la classificazione e la tutela delle lingue nel territorio trentino.
Prendiamo come esempio la zona del Primiero, che a nord confina con la Val di Fassa e con la Val di Fiemme, a est con l'Agordino, a sud e a sud-est con il Feltrino e a ovest con il Tesino.
Tradizionalmente il primierotto viene inserito nell’area del trentino orientale e messo in relazione con il feltrino di montagna, spesso definito anche feltrino rustico. Ma osservando più attentamente il territorio linguistico, emergono numerose caratteristiche che avvicinano il primierotto non soltanto al feltrino, ma anche alle parlate della Valle del Biois e al ladino cadorino.
Se il ladino cadorino è ladino, perché il primierotto è soltanto “dialetto”? Se riconosciamo nel ladino cadorino una realtà linguistica appartenente al dominio ladino, pur trovandoci in un’area di contatto e di transizione con le varietà venete, allora dobbiamo porci una domanda: quali sono esattamente i criteri scientifici, storici e istituzionali che consentono di riconoscere una varietà come “lingua” e di classificare un’altra come “dialetto”?
Non si tratta semplicemente di una questione terminologica. La distinzione tra lingua e dialetto non dipende esclusivamente dalla distanza strutturale tra due sistemi linguistici. Entrano in gioco anche fattori storici, sociolinguistici, identitari, culturali e istituzionali. Una varietà può possedere una propria struttura, una tradizione letteraria o orale, una comunità di parlanti e una forte identità locale, ma continuare a essere classificata come “dialetto” perché non dispone di uno status istituzionale autonomo.
Ed è proprio questo il punto che merita di essere discusso. Se il ladino cadorino può essere riconosciuto come ladino nonostante la sua collocazione in un’area di contatto ladino-veneta, perché una varietà come il primierotto dovrebbe essere automaticamente considerata una semplice varietà veneta o “trentina orientale”?
Il problema non è necessariamente stabilire a priori che queste varietà locali siano “lingue”. Il problema, piuttosto, è capire se siano state valutate secondo criteri linguistici omogenei e trasparenti e, soprattutto, se esista uno spazio istituzionale per riconoscere e valorizzare la loro specificità.
E... il ladino anaunico?
Il caso delle valli di Non e Sole è particolarmente interessante. Se esistono elementi linguistici che collegano le parlate anauniche alla storia linguistica ladina, sarebbe opportuno che la questione venisse affrontata attraverso una valutazione scientifica sistematica, comparativa e aggiornata, invece di essere risolta semplicemente attraverso una classificazione amministrativa o una tradizione classificatoria consolidata.
Non si tratta di “inventare” una nuova lingua. Si tratta di studiare ciò che esiste, documentarlo e lasciare che siano i dati linguistici, storici e sociolinguistici a contribuire alla sua classificazione.Ed è proprio qui che il confronto con l'ALD diventa importante: gli atlanti linguistici non partono necessariamente da confini politici prestabiliti, ma osservano la distribuzione concreta dei fenomeni linguistici sul territorio.
Lingua o dialetto? Forse la domanda è posta nel modo sbagliato! Forse dovremmo superare una volta per tutte l'idea secondo cui “lingua” e “dialetto” siano categorie puramente linguistiche e oggettive, separate da un confine scientifico sempre netto.
Una lingua può diventare lingua standardizzata, riconosciuta e istituzionalizzata attraverso processi storici e politici. Un dialetto può, invece, rimanere privo di riconoscimento istituzionale anche quando possiede caratteristiche proprie, una comunità di parlanti, una tradizione culturale e una notevole profondità storica.
Per questo motivo, la domanda “È una lingua o è un dialetto?” potrebbe essere sostituita da domande più realistiche, come “Qual è la sua struttura linguistica? qual è la sua storia e la sua identità sociolinguistica? quale livello di tutela e valorizzazione è opportuno garantire?”
Questo approccio permetterebbe di evitare sia l'eccessiva frammentazione — trasformare ogni parlata locale in una “lingua” autonoma — sia l'eccessiva semplificazione — considerare tutte le varietà di un territorio come semplici “dialetti” di una lingua dominante.
La politica linguistica può essere neutrale? E arriviamo quindi alla domanda iniziale: La politica linguistica è davvero separabile dalla politica culturale, identitaria e istituzionale?
Probabilmente è difficile sostenere che le classificazioni linguistiche abbiano sempre avuto conseguenze esclusivamente scientifiche. Il riconoscimento di una lingua significa infatti accesso a strumenti di tutela, finanziamenti, insegnamento, produzione culturale, toponomastica, ricerca e visibilità istituzionale. In Trentino esiste oggi un sistema articolato di tutela delle minoranze riconosciute, con specifici strumenti legislativi e istituzionali.
Di conseguenza, classificare una varietà non è necessariamente un atto privo di conseguenze politiche. Questo non significa che ogni classificazione sia “ideologica” o che dietro ogni scelta linguistica vi sia necessariamente una manipolazione politica. Significa, piuttosto, che dobbiamo essere consapevoli del fatto che linguistica e politica linguistica non sono la stessa cosa. La prima studia i fenomeni. La seconda decide, attraverso istituzioni e norme, quali fenomeni debbano essere riconosciuti, tutelati e promossi. La tutela linguistica non dovrebbe significare soltanto conservare una lingua in un archivio, ma permetterla di vivere nella naturalità del quotidiano.
Se esiste un patrimonio linguistico locale documentabile, perché non studiarlo? Se esistono comunità che ancora parlano queste varietà, perché non documentarle? Se esistono caratteristiche linguistiche specifiche, perché non valorizzarle?
Se il ladino dolomitico può - e deve - essere studiato e riconosciuto nella sua specificità pur trovandosi in un'area di contatto linguistico, perché non applicare gli stessi criteri scientifici — senza pregiudizi e senza conclusioni prestabilite — anche al ladino anaunico?
Questo articolo non vuol proporre che tutte le parlate trentine debbano necessariamente essere dichiarate “lingue”. Diciamo qualcosa di più semplice: Perché non studiarle con gli stessi strumenti in modo a documentarle e valorizzarle come patrimonio che contribuisce al rafforzamento dell'autonomia trentina?
Lo stesso ragionamento deve ovviamente essere esteso al Ladino Anaunico, naturalmente con le necessarie verifiche scientifiche. Tuttavia, le necessarie verifiche esistono, ma il Ladino Anaunico non gode della dovuta tutela su cui si basa anche l'autonomia provinciale/regionale.
È proficuo aprire una discussione scientifica e istituzionale per capire meglio sui criteri con cui alcune varietà vengono riconosciute e altre no. Criteri linguistici o politici? Il rischio più grande non è sicuramente quello di "riconoscere troppo", ma perdere definitivamente ciò che non abbiamo ancora avuto il coraggio valorizzare e tutelare abbastanza.
Se la Ladinità nel territorio della Regione Autonoma Trentino-Südtirol si presenta con due gruppi, quello del Sella e quello del Noce, sarebbe opportuno riconoscere, valorizzare e tutelare tutte le sue varietà in modo a rafforzare l'autonomia provinciale trentina.
Ed è proprio in questo spazio tra descrizione scientifica e riconoscimento istituzionale che nasce la mia provocazione: Perché no?