Il 20 febbraio 1810, nella fortezza di Mantova, un plotone francese fucila un oste della Val Passiria di quarantadue anni. Si chiama Andreas Hofer, e da sei mesi è il comandante supremo di un’insorgenza che ha tenuto in scacco, per quasi un anno, gli eserciti di Napoleone e della Baviera. Non è una storia soltanto sua, né soltanto delle valli di lingua tedesca: nel 1809 imbracciarono il fucile anche i bersaglieri della Val di Non e della Val di Sole, e i passi che difesero, il Tonale, le Palade, la Mendola, sono i nostri. Questa è la storia di quell’anno, e della parte che vi ebbero le nostre valli.
Il Tirolo storico nelle guerre napoleoniche
L’occupazione franco-bavarese
Con la pace di Presburgo, alla fine del 1805, l’Austria sconfitta cede il Tirolo alla Baviera, alleata di Napoleone. Non è un semplice cambio di dinastia. Il nuovo governo porta con sé lo Stato moderno di scuola francese: accentrato, burocratico, uniforme, deciso a cancellare tutto ciò che non passa per i suoi uffici. E il Tirolo storico è l’opposto di tutto questo: una terra composita e policentrica che va da Kufstein e Kitzbühel, a nord, fino alle rive del Garda, e che tiene insieme il Tirolo del Nord e dell’Est (oggi in Austria), il Südtirol, il Tirolo di lingua romanza, cioè il Trentino da Salorno a Borghetto, e le comunità ladine delle valli dolomitiche: Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo e Ampezzo.
In pochi anni l’amministrazione bavarese smonta questa architettura secolare. Sopprime la Dieta provinciale (Landtag) e i diritti statutari che le comunità di valle e i comuni rurali avevano conservato sotto gli Asburgo. Sostituisce i giudici e i capitani locali, nati dalle consuetudini viciniali, con funzionari nominati dal governo, estranei alla terra. Ridisegna il territorio in circoli amministrativi (Inn, Isarco, Adige) che ignorano le antiche giurisdizioni e i legami fra le tre componenti, tedesca, italiana e ladina; dal 1810, con la spartizione del Tirolo fra Baviera, Regno d’Italia e Province Illiriche, quei legami saranno recisi anche sulla carta.
Il Landlibell del 1511 e la leva
Il cuore giuridico dell’identità tirolese è il Landlibell, la concessione solenne che l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo accorda nel 1511. È un patto: i tirolesi difendono da soli i propri confini, organizzati nel Landsturm (la leva generale di tutti gli uomini atti alle armi in caso di invasione) e nelle compagnie degli Schützen (i bersaglieri territoriali, tiratori scelti costituiti paese per paese); in cambio, nessun tirolese può essere coscritto né mandato a combattere fuori dalla propria terra.
La Baviera calpesta questo patto e introduce la coscrizione obbligatoria per il proprio esercito. La leva strappa i giovani ai masi, alle famiglie e ai campi per spedirli sui fronti d’Europa al servizio delle campagne napoleoniche. La gente delle valli la vive non solo come un peso economico insopportabile, ma come la rottura di un contratto fra il sovrano e la sua terra: la leva convocata nel marzo del 1809 sarà la scintilla della rivolta.
Tasse, chiese e campane
Alla leva si sommano un inasprimento brutale delle imposte, per ripianare i debiti della Baviera e pagare le guerre di Napoleone, e un programma di riforme ecclesiastiche di stampo giurisdizionalista che entra d’autorità nella vita religiosa dei paesi. Messi in fila, gli interventi del governo occupante e il loro effetto sulle comunità dicono da soli perché il Tirolo esplose:
- Coscrizione obbligatoria e arruolamento forzato dei giovani nei reparti bavaresi, fuori dal Tirolo: violazione aperta del Landlibell e sottrazione delle braccia su cui reggeva l’economia contadina.
- Pressione fiscale, tassazione degli immobili e requisizioni di bestiame e raccolti: impoverimento dell’economia di sussistenza e dei mercati di valle lungo l’Adige e il Noce.
- Riforme ecclesiastiche: conventi chiusi, processioni e pellegrinaggi limitati, campane a martello proibite, matrimonio civile introdotto: una ferita alla devozione tradizionale, sentita dal popolo delle valli come un attacco alla fede e all’ordine cristiano.
- Soppressione delle autonomie comunali e sostituzione di capitani e giudici locali con funzionari di nomina regia: la fine dell’autogoverno viciniale e l’estraneità delle élite contadine da ogni decisione.
Ferita nelle sue istituzioni, nella sua economia e nella sua fede, la società rurale aveva la massa critica per una sollevazione generale. Le mancava una guida capace di tenere insieme valli diverse sotto un solo comando. La trovò in un oste.
Andreas Hofer, l’oste del Sandhof
«Gott, Kaiser und Vaterland»
Andreas Hofer nasce il 22 novembre 1767 a San Leonardo in Passiria (St. Leonhard in Passeier), al maso Sand, di cui sarà l’oste: il Sandwirt. Commercia in vino e cavalli, conosce le strade del Tirolo di lingua romanza e del Nord Italia, parla la lingua della gente dei monti. Nel 1809 si impone con naturalezza come punto di riferimento dell’insorgenza; nominato Oberkommandant, comandante supremo, dalle forze insorte e riconosciuto dalla corte di Vienna, governa da Innsbruck fra agosto e ottobre.
La sua forza sta in un motto, Gott, Kaiser und Vaterland: Dio, Imperatore e Patria. Sono i due pilastri della civiltà contadina alpina del tempo, una fede cattolica viscerale e senza compromessi, e una lealtà incrollabile alla Casa d’Asburgo, vista come garante degli antichi diritti e della libertà della terra tirolese. Hofer sa dare alla lotta armata il senso di una difesa della fede, del patto e del costume dei padri. La sua vita personale, la religiosità profonda, la veste contadina, la diffidenza per il mestiere delle armi, gli guadagnano un’autorità che supera le rivalità fra valle e valle e dà alla sollevazione una direzione unitaria.
Una fratellanza d’armi in tre lingue
C’è un aspetto del 1809 che le storiografie nazionali del secondo Ottocento hanno spesso lasciato in ombra: l’insorgenza fu plurilingue. All’appello di Hofer risposero gli Schützen di lingua tedesca del Tirolo del Nord e del Südtirol, i bersaglieri del Tirolo di lingua romanza, guidati da figure come Bernardino Dalponte nelle Giudicarie e in Val di Non, con le milizie della Val Lagarina e di Fiemme, e le compagnie ladine di Badia, Gardena, Fassa, Livinallongo e Ampezzo. Combatterono spalla a spalla, sugli stessi fronti, tenuti insieme dalla comune appartenenza paesana e dal comune attaccamento al Landlibell. Le fratture nazionali e linguistiche sarebbero venute dopo, con il 1848: nel 1809 la patria tirolese era ancora una realtà che stava sopra le lingue, fondata sul patto e sulla fede.
Le direttive che l’Oberkommandant emanava da Innsbruck e da Merano trovavano nelle valli periferiche del Tirolo meridionale chi le traduceva in fatti. E alle Valli del Noce toccò un compito di prima grandezza.
Le Valli del Noce nel 1809
Nello scacchiere difensivo del Tirolo meridionale, il bacino del Noce, con la Val di Non e la Val di Sole, era un perno. All’incrocio fra la valle dell’Adige a est, la Lombardia e il Bresciano a ovest e la Val Venosta a nord, le nostre valli erano la cerniera che copriva il fianco destro degli insorti e impediva alle armate napoleoniche di pianura di aggirare le difese alpine e risalire verso Bolzano e il Brennero.
Le compagnie dei bersaglieri
La risposta delle comunità nonese e solandre all’ordine di mobilitazione fu immediata, e seguì gli schemi secolari del Landsturm. In ogni comune e in ogni giudicatura di valle si formarono compagnie di bersaglieri scelti, e il loro modo di combattere aveva tre caratteri precisi.
- Il radicamento nel paese. Le compagnie erano viciniali: si combatteva sotto capitani scelti dalle assemblee di paese, fra gente che si conosceva da sempre, legata da parentela e vicinato. Da qui una coesione morale altissima.
- La guerriglia sul terreno di casa. Impossibile affrontare in campo aperto la cavalleria e la fanteria di linea: i bersaglieri del Noce puntarono su imboscate, ponti tagliati, barricate di tronchi e valanghe di massi (Steinlawinen) rovesciate dai versanti sulle colonne in marcia nelle gole.
- La chiamata rapida. Al suono delle campane a martello o ai fuochi di segnalazione sulle cime, i Kreidfeuer, gli uomini lasciavano i campi e correvano ai punti di raccolta; sventata la minaccia, tornavano ai masi.
I passi: Tonale, Palade, Mendola
L’azione delle milizie del Noce si concentrò sui valichi che aprono il cuore del Tirolo. Il Passo del Tonale, verso la Val Camonica, la Lombardia e il Bresciano: tenerlo significava bloccare le colonne francesi dal Milanese e impedire un secondo fronte sul fianco occidentale del Trentino. Il Passo delle Palade (Gampenpass) e il Passo della Mendola (Mendelpass), verso la Val Venosta, Merano e Bolzano: tenerli aperti e presidiati era la condizione perché dispacci, munizioni, rinforzi e ordini passassero fra il comando di Hofer nel Tirolo centrale e il comando meridionale delle Giudicarie e della Val di Non. Con il pattugliamento continuo e le fortificazioni campali erette sui valichi, i bersaglieri nonesi e solandri tennero lontano il nemico per gran parte della primavera e dell’estate del 1809.
Il prezzo pagato dalle comunità
La mobilitazione durò mesi, e il conto lo pagarono i paesi. Centinaia di bersaglieri al fronte erano braccia tolte alle semine, alla fienagione, all’alpeggio: l’economia di sussistenza dei masi vacillò. A questo si aggiunse l’onere di nutrire le milizie e le truppe austriache di appoggio: requisizioni continue di bovini, cereali, vino, legname e cavalli da tiro, scorte esaurite, e nei momenti in cui le colonne franco-bavaresi penetravano nel fondovalle, rappresaglie, saccheggi e incendi. Eppure la rete dei vicinati tenne: si fece carico delle vedove, dei feriti, delle famiglie dei combattenti. Fu questa tenuta, insieme alla qualità dei comandi locali, a reggere il fronte popolare delle Valli del Noce.
I comandanti del Tirolo meridionale
Bernardino Dalponte e i capitani di valle
La vastità del teatro e la frammentazione delle montagne impedivano a Hofer di controllare da vicino il settore trentino: tutto dipendeva dalla capacità dei comandi di valle di interpretare le sue direttive adattandole al terreno. Fra le figure di spicco della resistenza nel Tirolo di lingua romanza c’è Bernardino Dalponte (1742–1815), di San Lorenzo in Banale: capo carismatico delle Giudicarie e coordinatore, in stretta sintonia con le milizie della Val di Non e della Val di Sole, dell’intero settore sud-occidentale.
Con i capitani delle Valli del Noce, notabili di paese, proprietari terrieri, ex ufficiali territoriali, Dalponte organizzò la difesa fissa dei punti chiave fra Noce e Sarca, con sbarramenti e ridotte nelle gole; tenne alto lo spirito delle comunità contro i proclami bavaresi; e, in un tempo di vuoto di potere, fece funzionare la giustizia e la polizia rurale, prevenendo gli sciacallaggi, colpendo il mercato nero e ripartendo con equità i carichi di guerra fra le comunità.
Forza e limiti della catena di comando
Il collegamento fra il comando di Hofer e le valli del Noce aveva punti di forza veri: un’adesione convinta e condivisa al motto Gott, Kaiser und Vaterland; staffette a cavallo e a piedi, fuochi e campane capaci di scavalcare le Palade e la Mendola in poche ore; un’ampia autonomia tattica lasciata ai comandanti di valle. E aveva limiti altrettanto veri: la penuria cronica di armi moderne, polvere e piombo, che costringeva a combattere con munizioni di fortuna e attrezzi agricoli adattati; la difficoltà di trattenere i contadini lontano dai masi nei mesi della fienagione e del raccolto; il rischio costante che le compagnie del Noce restassero isolate davanti a offensive simultanee da Verona, Trento e Brescia. Fu però il quadro europeo, non un errore delle valli, a decidere la fine.
La fine: Schönbrunn, la repressione, Mantova
La repressione
Con il trattato di Schönbrunn, il 14 ottobre 1809, l’Austria sconfitta cede territori e abbandona formalmente al suo destino la sollevazione tirolese. Hofer chiama ancora alla lotta, ma la superiorità di numero, di fuoco e di organizzazione dei corpi francesi, bavaresi e del Regno d’Italia travolge una dopo l’altra le ultime sacche di resistenza. Le colonne di Eugène de Beauharnais rioccupano Bolzano, Trento e le valli laterali, e la «pacificazione» passa per la legge marziale. Nei paesi della Val di Non, della Val di Sole e lungo tutto l’Adige si registrano esecuzioni sommarie di capitani degli Schützen, condanne per i contadini trovati con un’arma, disarmo forzato, confische di bestiame e pesanti indennità di guerra a carico delle comunità insorte. Le nostre valli ne escono prostrate, nell’economia e nelle famiglie.
Mantova, 20 febbraio 1810
Hofer rifiuta di fuggire in Austria e si nasconde fra i monti della sua valle, nella malga del Pfandlerhof. Tradito da un compaesano, Franz Raffl, dietro compenso, viene catturato dai francesi il 28 gennaio 1810 e portato a Bolzano, a Trento, infine nella fortezza di Mantova, perno del dispositivo napoleonico nell’Italia settentrionale. Un tribunale militare lo giudica in modo sommario, per ordine perentorio di Napoleone. In prigionia e davanti alla condanna Hofer mantiene un contegno di grande dignità: non chiede la grazia, riafferma la propria fede e la lealtà alla dinastia. Il 20 febbraio 1810 è fucilato a Porta Giulia; secondo la tradizione rifiutò la benda e di inginocchiarsi. La sua morte fa del comandante contadino il simbolo della difesa delle libertà tradizionali, dell’identità e del diritto pattizio della terra alpina.
Il mito, dal 1909 all’Andreas-Hofer-Bund
L’insorgenza del 1809 ha lasciato nel Tirolo storico e nel Trentino una memoria stratificata, che è cambiata con i tempi.
- La monumentalizzazione del centenario. Nel 1909 lo storico Josef Hirn pubblica Tirols Erhebung im Jahre 1809, un’opera imponente di oltre ottocento pagine, ristampata per il 175° anniversario: il segno di una memoria istituzionalizzata e di un mito ancora vivo nella coscienza civile tirolese.
- Il cinema e l’allegoria. Negli anni Trenta e Quaranta Luis Trenker porta il 1809 sullo schermo. Der Rebell (1932) ha un successo enorme, e Goebbels annota nel diario che Hitler ne è entusiasta, Feuer und Flamme: il regime tenta di appropriarsi del ribelle alpino. Ma in Der Feuerteufel (1940) l’oppressore Napoleone è una trasparente allegoria del tiranno di turno, e le autorità del Reich ne fermano la circolazione poco dopo la prima.
- La resistenza al nazismo. Nella stagione delle Opzioni (1939) e dell’occupazione tedesca dell’Alpenvorland (1943–1945), il nome di Hofer diventa la bandiera dei Dableiber, quelli che rifiutarono di lasciare la loro terra per il Reich: nasce l’Andreas-Hofer-Bund, formazione clandestina animata da figure come Hans Egarter e Friedl Volgger, arrestato e deportato a Dachau, nel solco del canonico Michael Gamper. Il mito si rigenera in chiave di difesa dei diritti umani, del cristianesimo e della dignità della terra alpina contro i totalitarismi del Novecento.
Per le comunità delle Valli del Noce, del Trentino e dell’intero Tirolo storico, la memoria del 1809 resta il nucleo di un’identità fondata sull’autonomia, sul rispetto del patto e sulla difesa della propria specificità nel cuore dell’Europa alpina. Non una bandiera contro qualcuno: la memoria di quando le nostre valli, in tre lingue, difesero insieme il diritto di governarsi.
Cronologia essenziale
- 1511: Massimiliano I d’Asburgo concede il Landlibell: i tirolesi difendono da soli la propria terra e non possono essere mandati a combattere fuori.
- 1767: nasce Andreas Hofer a San Leonardo in Passiria, al maso Sand.
- 1805–1806: con la pace di Presburgo il Tirolo passa alla Baviera, alleata di Napoleone.
- Marzo–aprile 1809: la leva bavarese accende la rivolta; il Tirolo insorge, con le compagnie tedesche, italiane e ladine.
- Primavera–estate 1809: i bersaglieri nonesi e solandri presidiano Tonale, Palade e Mendola.
- Agosto–ottobre 1809: Hofer governa il Tirolo da Innsbruck come Oberkommandant.
- 14 ottobre 1809: trattato di Schönbrunn: l’Austria abbandona il Tirolo; segue la repressione nelle valli.
- 28 gennaio 1810: Hofer è catturato alla malga del Pfandlerhof per il tradimento di Franz Raffl.
- 20 febbraio 1810: fucilazione a Mantova, a Porta Giulia.
- 1909: per il centenario, Josef Hirn pubblica Tirols Erhebung im Jahre 1809.
- 1932–1940: i film di Luis Trenker, Der Rebell e Der Feuerteufel.
- 1939–1945: l’Andreas-Hofer-Bund dei Dableiber contro il nazismo.
Documenti e fotografie
Fonti
- Josef Hirn, Tirols Erhebung im Jahre 1809, Innsbruck, 1909.
- Meinrad Pizzinini, Andreas Hofer. Seine Zeit, sein Leben, sein Mythos, Innsbruck, Tyrolia, 1984.
- Andreas Oberhofer, Der Andere Hofer. Der Mensch hinter dem Mythos, Innsbruck, Wagner, 2009 (Schlern-Schriften 347).
- Umberto Corsini, Il Trentino nel secolo decimonono, vol. I, 1796–1848, Rovereto, Manfrini, 1963.