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Ellis Island, tra l'addio alla propria terra e la speranza del Nuovo Mondo

Ellis Island, tra l'addio alla propria terra e la speranza del Nuovo Mondo

di Monica V. · 06 agosto 2026

Fra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento le valli del Noce affrontarono una profonda crisi economica e una forte sovrappopolazione che spinsero migliaia di contadini, artigiani e giovani della Val di Non e della Val di Sole a lasciare i loro piccoli paesi di montagna per imbarcarsi verso l'America. Un viaggio transoceanico carico di speranze e paure che trovava il suo primo, drammatico snodo a Ellis Island, la celebre e temuta stazione di controllo di New York dove l'accoglienza si trasformava in una severa catena di montaggio burocratica e sanitaria in cui i migranti trentini venivano marchiati con il gesso sui vestiti e sottoposti a rigide visite mediche per scovare malattie contagiose, oltre a subire interrogatori incalzanti in una lingua sconosciuta che spesso portavano alla storpiatura dei loro cognomi originari da parte dei funzionari doganali americani. Tuttavia, una volta superato l'incubo del rimpatrio e varcati i cancelli dell'isola, questi uomini e queste donne tenaci seppero rimboccarsi le maniche inserendosi nel tessuto produttivo del Nuovo Mondo attraverso il duro lavoro nei cantieri edili delle metropoli in espansione, nelle ferrovie e soprattutto nelle miniere di carbone del Wyoming o della Pennsylvania. La laboriosità e lo spirito di sacrificio tipici della cultura alpina divennero gli strumenti fondamentali per riscattarsi dalla povertà e per costruire una nuova vita oltreoceano, senza mai recidere quel legame viscerale con la terra d'origine a cui continuavano a inviare i propri risparmi per sostenere i familiari rimasti a casa.
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