Associazione El Brenz · Valli del Noce
Cimitero militare
di Malè
Duecentotrentasei tombe, centodiciotto nomi
Tommaso Mariotti
Il registro è stato individuato, trascritto e messo a disposizione dell'Associazione dal dott. Tommaso Mariotti, che ha condotto la ricerca al Kriegsarchiv di Vienna e ha fotografato le due planimetrie originali.
ÖStA/KA/VL/KGräber/K42Il racconto
Erano di casa, e venivano da mille chilometri
Il 26 maggio 1918 muoiono a Malè due uomini nello stesso giorno. Si chiamano Leo Herdliczka e Johann Zahalka, sono tutti e due tenenti, e appartengono tutti e due alla 73ª squadriglia aerea. Uno è nato a Mistek, in Slesia; l'altro a Tobitschan, in Moravia. Il registro non dice altro, ma due uomini della stessa squadriglia che muoiono nello stesso giorno erano quasi certamente sullo stesso aereo: il pilota e il suo osservatore, che volavano sopra queste montagne e non sono più tornati.
Sono due delle centodiciotto righe di un registro che per centosette anni è rimasto chiuso in un cartone dell'Archivio di Stato austriaco, a Vienna. Sei colonne, scritte a mano da un impiegato militare: numero della tomba, grado, nome, reparto, giorno della morte, luogo di nascita.
È l'ultima colonna quella che spiazza. Non dice Malè, non dice Trento, non dice Tirolo. Dice Mistek, dice Tobitschan, dice Lemberg, dice Sarajevo.
Un paese molto più grande di come ce lo immaginiamo
Fino al 1920 le nostre valli non erano la periferia settentrionale dell'Italia. Erano una valle interna di un paese che andava dal lago di Garda ai Carpazi, e che comprendeva quelli che oggi chiamiamo Austria, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Bosnia, e ampie porzioni di Polonia, Ucraina e Romania.
Chi nasceva a Malè, a Cles o a Pejo nasceva cittadino di quel paese. Aveva la stessa moneta di un tipografo di Praga, lo stesso passaporto di un contadino della Galizia, lo stesso imperatore di un pescatore dalmata. Partendo per il servizio militare poteva finire in un reggimento con ragazzi che non parlavano una parola della sua lingua, e la cosa era del tutto normale.
Questo cambia il senso di quelle centodiciotto righe. Quegli uomini non erano stranieri morti nelle nostre valli. Erano concittadini morti a casa propria, in una parte del loro paese che non avevano mai visto prima.
Il conto delle distanze
Se da Malè si tira una linea verso ogni luogo di nascita scritto nel registro, viene fuori la mappa di quel paese scomparso.
- 1150 kmCzernowitz, in Bucovina. Oggi Chernivtsi, in Ucraina.
- 1050 kmLemberg, capitale della Galizia. Oggi Leopoli, in Ucraina.
- 780 kmCracovia, oggi in Polonia.
- 650 kmSarajevo, in Bosnia.
- 630 kmBudapest, in Ungheria.
- 490 kmPraga, in Boemia.
- 350 kmGraz, in Stiria: da sola, ventuno uomini su centodiciotto.
Undici erano nati in Galizia, la provincia più orientale e più povera dell'impero, oggi divisa fra la Polonia sudorientale e l'Ucraina occidentale. Uno veniva dalla Bucovina, che oggi sta fra Ucraina e Romania. Ragazzi partiti da villaggi di terra battuta a milleduecento chilometri da qui, arrivati sotto queste montagne per non ripartire più.
E poi c'è Josef Höllbling, Kaiserjäger del secondo reggimento, nato nel 1871 a Nauders, all'estremo nord del Tirolo, sopra Resia. Uno dei pochissimi tirolesi dell'elenco. Aveva quarantacinque anni e nella lista è il più anziano di tutti.
Chi erano, reparto per reparto
Nel registro compaiono cinquantacinque reparti diversi. Non è un cimitero di una divisione: è il punto in cui una valle di retrovia raccoglieva quello che il fronte mandava indietro, da mezzo esercito.
Il 26° Schützen, ventidue uomini
È il reparto più presente. Ventidue dei centodiciotto, e le loro terre di nascita dicono tutte la stessa cosa: Stiria, Carinzia, Carniola, e qualcuno dalla Bassa Austria, dalla Slesia e dalla Bosnia. Erano uomini di montagna reclutati sul versante orientale delle Alpi, il tipo di truppa che si mandava dove le strade finiscono.
I loro morti si concentrano fra luglio e ottobre del 1918: sono lì fino alla fine.
Kaiserjäger e Kaiserschützen: i reparti dei nostri
Qui la faccenda diventa personale, e vale la pena spiegarla per bene.
Un ragazzo delle Valli del Noce che veniva chiamato alle armi tirava a sorte, e i nostri bisnonni chiamavano quel sorteggio nar en la cava. Se usciva l'esercito comune finiva quasi sempre nei Tiroler Kaiserjäger, i cacciatori imperiali, quattro reggimenti con sede a Trento e Innsbruck, Bolzano e Bressanone, Rovereto, Bregenz e Riva del Garda. Se usciva la Landwehr finiva nei Landesschützen, i fucilieri del Paese, reclutati soltanto in Tirolo, di lingua tedesca e di lingua italiana. Nel gennaio del 1917 l'imperatore Carlo li nominò Kaiserschützen, a Calliano, davanti al fronte trentino, come riconoscimento per come si erano battuti.
Nel registro di Malè ce ne sono dieci: sei Kaiserschützen e quattro Kaiserjäger.
E i tre uomini del 2° reggimento Kaiserjäger sono gli unici tirolesi di tutto l'elenco. Fra loro Josef Höllbling di Nauders, il più anziano dei centodiciotto.
Nell'elenco dei centodiciotto, però, non compare nessun uomo delle nostre valli. E qui conviene fermarsi, perché la spiegazione più semplice è anche quella che si dimentica per prima.
Sul Tonale i solandri e i nonesi c'erano eccome. Erano negli Standschützen, i bersaglieri immatricolati mobilitati nel 1915, che a quel confine arrivarono per primi; erano nei Kaiserjäger e nei Kaiserschützen; erano nel Landsturm. Difendevano il confine di casa, a un giorno di cammino dal proprio paese.
Ed è proprio per questo che nel cimitero militare non ci sono. Chi era di qui, quando moriva, tornava dai suoi: sepolto nel camposanto del paese, nella tomba di famiglia, con un funerale. Il cimitero militare serviva per gli altri, per quelli che una famiglia a portata di carro non ce l'avevano.
Quelle centodiciotto righe, allora, sono l'elenco di chi era lontano. Non racconta chi combatteva sul Tonale: racconta chi, fra quelli che ci combattevano, non aveva nessuno a cui essere restituito.
L'artiglieria da montagna, dodici uomini
Il 1°, il 12°, il 22° e il 122° reggimento di artiglieria da montagna. Erano quelli che portavano i pezzi smontati a dorso di mulo dove nessun cannone da campagna sarebbe mai arrivato, e li rimontavano sopra i duemila metri. Fra loro Martin Gailberger, il carinziano del 1899 morto il 20 ottobre 1918.
Con loro c'è anche l'artiglieria da campagna e da fortezza, altri dodici uomini sparsi in nove reggimenti diversi, fino al 2° reggimento artiglieria da fortezza, dove servì un uomo nato in Bucovina, l'estremo confine orientale dell'impero.
I Landsturm, gli uomini che non erano più ragazzi
Il Landsturm era l'ultima riserva: uomini oltre l'età della leva, richiamati quando i giovani non bastavano più. Nel registro sono sette, fra battaglioni e compagnie territoriali, e sono anche i primi a morire: la 23ª compagnia Landsturm perde tre uomini di Hallein, in Salisburgo, fra il dicembre 1914 e l'aprile 1915, quando la guerra su questo fronte era appena cominciata.
Fra loro Julius Hampl, moravo, nato nel 1873: aveva quarantacinque anni.
Quelli che non sparavano
Il registro conserva anche chi la guerra la faceva con le mani. Due battaglioni di zappatori, due del treno, che erano i convogli e i muli dei rifornimenti, un uomo della milizia ferroviaria, e le compagnie lavoratori.
Nella 1045ª compagnia lavoratori c'erano i due serbi, Ladislaus Nikolić e l'uomo che il registro chiama Simboruir Mitasic. Un altro uomo di una compagnia lavoratori era nato a Vienna, ed è morto qui nel maggio del 1916.
E il 16° reggimento russo
Un'ultima riga, che vale da sola. Alla voce reparto di Feodor Garasimovic c'è scritto Russ. 16. IR: sedicesimo reggimento di fanteria russo. L'impiegato militare austriaco che compilava il registro ha annotato con precisione il reparto nemico di un prigioniero morto a mille chilometri dal proprio fronte, il 13 ottobre 1918, tre settimane prima della fine di tutto.
Anche loro erano i ragazzi del '99
In Italia quell'espressione la conoscono tutti: la classe 1899, i diciottenni chiamati alle armi dopo Caporetto, i più giovani mandati al fronte.
Sette dei centodiciotto uomini sepolti a Malè sono nati nel 1899. Franz Belsak da Pettau e Martin Vrzel e Karl Hammer da Marburg, tutti e tre stiriani. Johann Damoser dall'Alta Austria. Georg Barla dall'Ungheria. Un ragazzo di cognome Matz dalla Slesia, di cui il registro non riporta il nome. E Martin Gailberger, artigliere da montagna della Carinzia, morto il 20 ottobre 1918, quindici giorni prima della fine della guerra.
Erano la stessa classe, gli stessi diciotto anni, la stessa guerra. Cambiava solo da quale lato della montagna li avevano chiamati.
Gli otto del Tonale
Il 13 giugno 1918, alle tre e mezza del mattino, l'esercito austro-ungarico attacca il Passo del Tonale. L'operazione si chiama Unternehmen Lawine, valanga. Due divisioni, ventiquattro batterie di artiglieria, e il compito di attirare gli italiani lassù mentre il grosso dell'offensiva si sarebbe mosso due giorni dopo sul Piave.
È l'ultima grande offensiva dell'impero, e sul Tonale si ferma il primo giorno stesso.
Malè era la retrovia di quel fronte. I feriti scendevano dal passo lungo la valle, verso gli ospedali militari del paese. E il registro di Vienna, che non nomina mai l'operazione, la racconta lo stesso attraverso le date:
- 14 giugnoJulius Hampl, moravo di Schmitz, quarantacinque anni.
- 17 giugnoJosef Kraus, caporale del 1° reggimento artiglieria da montagna.
- 17 giugnoMichel Fedorka, fante del 5° reggimento, ungherese di Szatmár.
- 17 giugnoPanko Genziuk, di un villaggio della Galizia.
- 19 giugnoJosef Stein, cacciatore da campo, slesiano.
- 19 giugnoDimitri Koval, ventun anni, di Drozdowice presso Przemyśl.
- 19 giugnoPeter Stanku, fante del 61° reggimento, di Polanka presso Temesvár.
- 20 giugnoJohann Szillagy, anche lui del 5°, anche lui di Szatmár.
Otto uomini in sette giorni, tutti nella finestra che segue l'attacco. Nessun documento lo dichiara: è un'inferenza costruita sulle date e sui reparti, e sulle schede la trovate scritta così, come probabile e non come certa.
C'è però una prova che regge da sola. Fedorka e Szillagy erano del 5° reggimento e sono nati tutti e due a Szatmár. Stanku era del 61° ed è nato vicino a Temesvár. I luoghi di nascita corrispondono ai distretti di reclutamento dei loro reggimenti: il registro compilato a Malè e la struttura dell'esercito imperiale si confermano a vicenda, a centosette anni di distanza.
Szatmár oggi si chiama Satu Mare, Temesvár si chiama Timișoara, e sono tutte e due in Romania. Przemyśl è in Polonia. Quei tre uomini partirono da luoghi che hanno cambiato nome e nazione, per morire in una valle che avrebbe cambiato nazione anche lei, due anni dopo di loro.
Poi arrivò ottobre
Nel 1914 muore un uomo solo, Johann Kükler, il 10 dicembre. Tre nel 1915, cinque nel 1916. Poi il 1918, e i morti diventano centoquattro. Quarantanove nel solo mese di ottobre, le ultime settimane prima della fine.
Malè era retrovia del fronte del Tonale e ospitava ospedali militari: qui arrivavano i feriti e i malati dalla linea. In quelle stesse settimane l'influenza spagnola uccideva più soldati delle granate, in tutti gli eserciti d'Europa. Il registro non riporta le cause di morte, e finché non lo avremo accertato sui documenti sanitari non lo scriveremo come un fatto. Ma è certo che in trenta giorni, in un paese di duemila anime, si scavarono quarantanove fosse.
I quattro russi
Fra i sepolti ci sono sei prigionieri di guerra: quattro russi e due serbi.
Ivan Kasimir Trimakus, nato a Kuwono nel 1887, muore il 17 ottobre 1918. Prokop Repenko, di Poltawa, il giorno dopo. Vasyl Gapanov e Feodor Garasimovic il 13 dello stesso mese. Quattro uomini nemici, morti nella stessa settimana e nello stesso posto dei soldati che li sorvegliavano, e sepolti nello stesso campo.
I due serbi, Ladislaus Nikolić e un uomo che il registro chiama Simboruir Mitasic, erano assegnati alla 1045ª compagnia lavoratori e riposano nel cimitero civile del paese. Erano stati portati qui a lavorare, e qui sono rimasti.
Perché li chiamiamo nostri
Non c'è niente da rivendicare e niente da rimpiangere. Gli imperi finiscono, i confini si spostano, e la storia non si giudica col metro di adesso.
C'è però una cosa che possiamo fare, ed è molto semplice: tenere i nomi. Perché per centosette anni quei centodiciotto uomini sono stati un elenco chiuso in una scatola a mille chilometri dalla terra che li ha accolti, e nessuno dei loro discendenti ha mai potuto sapere dove fossero finiti.
Da oggi qualcuno in Stiria, in Ungheria o in Galizia può digitare un cognome e trovare una risposta. E centodiciotto tombe aspettano ancora che qualcun altro faccia lo stesso.
Cerca un nome
Un cognome, un reggimento, un paese di nascita. Se cerchi un antenato austro-ungarico disperso sul fronte italiano, potrebbe essere qui.
Da dove venivano
Sotto il campanile di Malè non riposano trentini. Riposa un impero, contato per terra di nascita.
I fondi che verranno
L'archivio è nato per crescere. Ogni riquadro è una ricerca da fare, non una promessa già mantenuta: comparirà come fondo aperto quando ci sarà un documento vero dietro.
Il fronte del Tonale
Alta Val di Sole. Le sepolture dei reparti che tenevano la linea e gli ospedali di retrovia.
Val di Pejo e Val di Rabbi
I settori alti, dove la guerra si combatteva sopra i tremila metri.
Val di Non
Retrovie, ospedali, e i profughi partiti da qui verso i campi dell'interno.
Chi partì e non tornò
Gli uomini delle nostre valli morti altrove, in Galizia e sui Carpazi, con l'esercito imperiale.
118 tombe non hanno ancora un nome
È esattamente metà. Se hai fotografie, memorie di famiglia, lettere o documenti che possano riempire una di quelle caselle, scrivici a info@elbrenz.eu. Ogni casella che si accende è un uomo che smette di essere un numero.
Raìs fonde no le 'nglacia.