…NELLA NOSTRA BARACCA APPREZZAVAMO TUTTO…
Fotografia · 1917 · Presanella - Cercen
Quest’estate, quasi per caso, Erika ha trovato su internet, nel libro di Ludwig Pullirsch pubblicato nel 2013 intitolato Der Gebirgskrieg, qualche pagina riguardante proprio la zona della Presanella. Si tratta del diario autobiografico di questo soldato austro-ungarico che ha combattuto prima in Val di Genova e poi…ecco la traduzione che insieme all’amico Aaron abbiamo fatto con tanta curiosità. Ritenendola molto interessante ed istruttiva abbiamo deciso di pubblicarla per tutti…a 100 anni dagli eventi. Buona lettura.
Il racconto
“Dopo 10 giorni di calma arrivammo a Trento e da lì ci dirigemmo a Malè col tram. Fui assegnato all’8 compagnia che da Malè marciò verso Ossana e poi al 3 di maggio continuammo, però la nostra meta non ci era ancora stata comunicata. Poiché la valle poteva essere vista dagli Italiani marciammo di notte. La strada del Tonale attraversava Cortina (piccolo luogo sulla strada del Tonale), Vermiglio e Pizzano, in questi luoghi le imposte erano chiuse. Dalla strada a mezza costa, siamo scesi nella località Stavel a 1400 m., lì fummo portati in un fienile dove rimanemmo tra fieno e sterco di pecore e capre. Quando la mattina uscii all’aperto mi si presentò davanti la Presanella nella sua maestosa bianca figura e sopra c'era un cielo luminoso. Durante il giorno avevamo molte cose da fare che sul ghiacciaio erano fondamentali per la sopravvivenza, ognuno di noi ricevette tre coperte da portare su che a noi sembrarono un’esagerazione. Durante il giorno ci preparammo alla vita sul ghiaccio, alla sera ci sedemmo avvolti dai nostri mantelli a un piccolo fuoco alla riva del rio. I discorsi riguardavano le vacanze, la casa, la partenza e quello che avremmo voluto fare quando la guerra sarebbe finita. Noi cantavamo anche le nostre vecchie canzoni melanconiche e sotto voce attraversavano la notte. Come spiriti arrabbiati ci stavano davanti i ricordi del “monte di sangue” del Col di Lana. Troppi mancavano, che cantavano nella nostra compagnia poco tempo prima. Era una serata che ci toccava tutti e ci tranquillizzava, però ogni tanto si sentivano dei colpi che venivano dal Tonale e ci riportavano alla realtà. Un futuro al quale non eravamo abituati ci minacciava. Il giorno seguente alle 5 ci fu la sveglia e già alle 6 marciammo molto carichi verso il monte. Fu una giornata che non dimenticherò mai nella mia vita: 1600 m. di salita da Stavel al Passo Cercen, 3022 m. col bagaglio pesantissimo. Prima marciammo su un sentiero molto stretto e stancante, poco dopo arrivammo alla neve dove cominciò una faticosa salita. A causa dello zaino pesante sprofondavamo fino al bacino e ci voleva un po’ per rimettersi in piedi. Per ore si andò avanti così. In tarda mattinata arrivammo al Rifugio Denza, un vecchio rifugio, dove fummo rifocillati con speck, pane e caffè. Dopo un’ora di pausa salimmo e raggiungemmo il ghiacciaio. Nella sua pura bellezza la Presanella era davanti a noi, le creste ghiacciate luccicavano al sole e quasi minacciose le antiche rocce ci guardavano . Quasi nessuno dava la soddisfazione di uno sguardo a questa bellezza, la salita era troppo stancante e difficoltosa. Il sole di mezzo giorno aveva ammorbidito la neve e noi sprofondavamo sempre di più in questo firn che ci sembrava quasi senza fondo. Qualche volta qualcuno doveva aiutare un altro a rimettersi in piedi. Ora dopo ora salivamo nella neve e senza perdono il sole bruciava dal cielo blu scuro senza nuvole sopra di noi e la meta sembrava non avvicinarsi mai. Quando il tenente maggiore urlò “kurze Rast” ci lasciammo cadere nella neve senza togliere l’arma. Da parecchio tempo le nostre borracce erano vuote, così cominciammo a metterci palle di neve in bocca per diminuire la sete. Quando raggiungemmo la quota di 2700 m, il gruppo inizialmente saldo mostrò un’immagine indebolita. I ritardatari erano già la maggioranza, i più vecchi del gruppo ansimavano in cerca di aria, le pause diventavano sempre di più e sempre più lunghe e senza ascolto il tenente maggiore urlava: “Anschliesen, anschliesen!” Anch’io feci tanta fatica dopo una pausa a rialzarmi e portare di nuovo i 30 kg sulla schiena. Spesso pensavo che non sarei più riuscito ad andare avanti invece ci riuscii sempre. Dopo le 4 del pomeriggio l’ambiente divenne più piatto e noi facemmo una pausa più lunga per riposarci e ricaricarci un pò, però inutilmente. Così ci dirigemmo di nuovo verso il Passo Cercen, che i primi di noi raggiunsero dopo le 5 del pomeriggio. Il Passo è la connessione tra la Valle del Tonale e la Val di Genova, è veramente un bellissimo punto panoramico, sconosciuto in tempo di pace, gli unici che lo attraversano qualche volta sono i cacciatori e gli alpinisti. Tutti quelli che arrivavano si buttavano nella neve stanchissimi e sudati. Un tenente maggiore, che da tanto tempo stava al Passo venne e diede un occhiata alla truppa triste. Io cercai subito un riparo per 30 soldati ma non vidi niente tranne una baracca di legno sprofondata a metà nella neve. Eravamo troppo stanchi per preoccuparci dell’acquartieramento. Finalmente dopo le sette gli ultimi ritardatari arrivarono all’altezza del passo. Subito tutti dovemmo radunarci poiché il tenente fece l’appello. Era già quasi buio quando potemmo andarcene. Venne un superiore e noi eravamo tutti curiosi di sapere dove saremmo stati acquartierati. Un sentiero battuto ci portava in un buco nella neve, dove scendevamo da alcuni scalini di ghiaccio con sopra delle assi. “Hier schlafts ihr” (voi dormite qui) ci comunicò lapidario il superiore. Noi ci guardammo abbastanza sconcertati e io mi permettei la seguente domanda: “aente da dorme en ten bus de glac?” (dobbiamo dormire in un buco di ghiaccio?), “no, no ve peto bè if en let” (no, no vi butto lì un letto), fu la sua risposta e ci lasciò. (tradotto in dialetto poiché era scritto in dialetto tedesco) Dieci uomini dovettero dormire in quel buco. Noi disfammo i nostri bagagli e coprimmo con un telo l’entrata del buco. In una "cucina di ghiaccio" ricevemmo pane, conserva di sardine e caffè bollente. Nella nostra baracca apprezzavamo tutto, ci piaceva nonostante le cattive condizioni. Dopo la lunga e difficile salita con molti bagagli ci doleva ogni osso. Alle 9 di sera indossammo tutto ciò che avevamo e ci sdraiammo sulle nostre assi di legno per dormire. Dopo una buona dormita mi svegliai alle 7 e con ancora addosso le coperte strisciai fuori dal buco. La forte luce del sole mi accecò, la neve e i cristalli di ghiaccio luccicavano, la neve scrocchiava sotto i miei passi... Due reclute ricoperte con mantelli pelosi stavano appoggiate al filo spinato, come due statue di piombo, solo dal vapore che usciva dalle loro bocche si poteva capire che erano vivi. Verso est si alzava il ghiacciaio bianco splendente per 500 mt fino alla cima Presanella, luccicava bianco e azzurro il ghiacciaio pensile, a sud si perdeva lo sguardo senza fine, sempre più piccole diventavano le cime e soprattutto c'era una calma come se non ci fosse una guerra. Al Passo Cercen scavammo nuove caverne di ghiaccio. Le colonne di portatori, prigionieri russi, ci avrebbero riforniti lassù, erano grandi uomini barbuti. Loro cercavano sempre nei nostri rifiuti qualcosa da mangiare e ci pregavano sempre per questo, noi facevamo il possibile per aiutarli. Al 4° giorno dovetti montare di guardia al Monte Cercen, 3280. Su nel buco di ghiaccio c'era un fornello da campo con un po' di legna. Il problema delle guardie era il cibo, il sentiero per gli appostamenti a causa delle cornici di neve, e i bisogni primari, trascorrere dieci giorni con le scarpe bagnate. Dopo il cambio c'erano due giorni di sosta ai "soli" 3.022 m di quota delle caverne del Passo Cercen. Dopo i due giorni di sosta dovetti montare di guardia al Monte Gabbiolo 3458 m. Salimmo coi portatori, portammo sulla cima un fornello, un po' di legna, cibo, coperte e mantelli e il tenente ci disse: "Lì scavate una piazzola" indicandoci il ripido fianco del ghiacciaio proprio sotto la cima, si infilò gli sci e partì alla volta del Passo Cercen. Noi ci scavammo un buco nella neve e quando iniziò ad imbrunire vi entrammo stanchi e congelati. Ancora in maggio dovetti andare di guardia sulla Cima Busazza, 3326., una cima ripida, lontana dai nostri lager al Passo Cercen, uno dei più temuti posti di guardia, poiché lì c'erano sempre solo conserve fredde da mangiare inoltre, a causa delle difficili condizioni di accesso, il cambio di guardia era sempre un problema. Una notte scendemmo per il cambio con i portatori e una squadra di sicurezza. Il primo giorno potemmo ancora goderci il sole ma dopo arrivarono le nuvole e ci fu un crollo delle temperature. Una paurosa tempesta di neve iniziò, come un coltello tagliente e freddissimo l'uragano frustava la cresta. Nevicò e tempestò ininterrottamente, tanto che un uomo dovette rimanere di continuo all'entrata per liberala dalla neve. Quando alle 10 volevo dare il cambio al compagno che faceva la guardia feci fatica a trovarlo, una volta trovato era ricoperto di neve e mezzo ghiacciato. Lo portammo nel nostro buco di ghiaccio e poi ordinai la guardia doppia. Sulla cresta a causa della tempesta potevamo solo procedere a quattro gambe. Alle 11 di notte ritiravo i posti di guardia, c'era una temperatura di -20°, ogni posto di guardia ora diventava pericoloso per la sopravvivenza. Solo l'entrata era sorvegliata da un uomo, che ogni mezz'ora doveva essere cambiato. Solo allora per la prima volta riconobbi il valore di un buco nella neve, al suo interno la temperatura salì al "caldo" +5, mentre fuori l'uragano a -20 infuriava. All'una di notte ritirai anche l'ultima guardia, poiché con questa tempesta non sarebbe certo arrivato nessun italiano fin qui. Noi stavamo tutti nel nostro buco nel ghiaccio avvolti nelle coperte e nei mantelli, un debole fuoco bruciava nel fornello da campo e scioglievamo la neve nelle tazze. Quattro giorni e quattro notti durò questa paurosa tempesta, noi avremmo dovuto avere il cambio da molto, ma sapevamo che un cambio con questa tempesta era impossibile. Tre uomini ebbero un forte raffreddore con febbre alta e anche congelamenti. Al settimo giorno finì la legna e cominciammo a bruciare le assi sulle quali dormivamo ed era prevedibile che presto non avremmo più avuto materiale da bruciare. Il cibo non mancava, avevamo a disposizione un centinaio di scatolette, il pane e le fette biscottate erano finite da 5 giorni. Ognuno ebbe mal di pancia e dissenteria poiché da giorni mangiavamo solo cibo freddo in scatolette, soprattutto sardine sott’olio. Qualcuno non riusciva più a mangiare nulla, altrimenti rimetteva. Alla sera dell'ottavo giorno cessò la tempesta, la notte vedemmo le stelle e la mattina il cielo era limpido. La tempesta di neve costruì giganteschi accumuli, in questi metri di neve dovemmo scavare per farci la strada verso le posizioni di guardia. Eravamo pieni di sporcizia e unto, le scarpe erano bagnate come una spugna e i vestiti umidi ci facevano rabbrividire. Finalmente potemmo di nuovo sederci nel sole di maggio e inspirare l'aria fresca. La cosa che ci rallegrò di più fu il sapere che la notte sarebbe arrivato il cambio. Portammo fuori anche gli ammalati dal buco di ghiaccio, rimanemmo tutto il giorno al sole, ci pulimmo, andò bene con la neve, dopo quasi dieci giorni ci togliemmo le scarpe bagnate per farle asciugare, cercammo di averla vinta con i pidocchi. Con impazienza aspettammo la notte seguente per il nostro cambio. Finalmente verso mezza notte udimmo qualcuno sotto nel canalino e presto giunse l'atteso cambio. Già nella notte furono trasportati i malati in una marcia di sei ore fino al Passo Cercen, lì consegnati ai russi per il trasporto a valle. Tutti gli altri rimasero qualche giorno al Cercen per recuperare. Vissi due mesi a queste altezze, nel ghiaccio e nella neve, conoscevo le posizioni di tutte le guardie sulle cime e le traversate. In questo tempo gli italiani non si vedevano tanto, qualche volta ci sparavano, altre volte erano ricambiati. Proseguiva relativamente pacifica. Nel luglio 1916 cambiammo. Giù in valle diventammo come bambini, appena rivedemmo i prati verdi ci sdraiammo per ore nell'erba, osservavamo il cielo blu, le nuvole bianche, come si muovevano nel cielo e qualche volta giocavamo nei prati come bambini di 10 anni. Tutte le difficoltà, necessità e disagi degli ultimi due mesi vennero eliminate dal cervello. Finalmente era arrivato il tempo di fare il conto con i nostri peggior nemici: i pidocchi. Ora era arrivato il tempo della paurosa vendetta.”
Il cartellino
- Tipo:
- Fotografia
- Anno:
- 1917
- Periodo:
- 1915-1918
- Luogo:
- Presanella - Cercen
- Valle:
- Val di Sole
- Fonte:
- libro di Ludwig Pullirsch
- Elaborazione:
- Filippo Barbetti, Erika Panizza, Aaron Ungerer
- Donatore:
- Erika Panizza
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