Sotto il cielo del Tonale gli Standschutzen di Malè
Fotografia
All’inizio di maggio del 1915, quando la neve resisteva ancora nei canaloni più alti e l’erba della piana di Malè non aveva finito di rinverdire, il Battaglione Standschützen del paese prese forma. Erano uomini del posto, contadini, artigiani, boscaioli, molti già avanti con gli anni, richiamati non tanto per conquistare, quanto per difendere la loro patria, il Tirolo, dall'esercito italiano. Centotrenta in tutto, all’inizio: una cifra che dice poco della loro determinazione e molto del tempo eccezionale che stavano vivendo. Si esercitarono in fretta, tra il Casino di Bersaglio e il costone che guarda il fondovalle, là dove oggi corre il pallone e allora si imparava a prendere la mira. Poi arrivò l’ordine: Tonale. Il confine. La montagna vera. Lasciarono Malè e la loro caserma improvvisata nel caseggiato che oggi custodisce la memoria della civiltà solandra, e salirono verso un fronte che non somigliava a nessun altro. Il Passo del Tonale non era solo una linea su una carta geografica. Era vento, ghiaccio, silenzio e improvvise detonazioni. Era una soglia antica, percorsa per secoli da mercanti e pellegrini, ora trasformata in una ferita aperta tra due eserciti. Gli Standschützen, nati per la difesa territoriale tirolese, si trovarono per mesi a essere l’unico argine, prima dell’arrivo delle truppe regolari. Sotto il comando prima del maggiore Paolo Manaigo e poi del maletano Gabriele Casna, il battaglione si articolò in tre compagnie: Rabbi, Caldes e Malè. Nomi che non erano solo indicazioni geografiche, ma mondi interi che salivano in quota insieme agli uomini. La compagnia di Rabbi, guidata dal capitano Guglielmo Pangrazzi, portava con sé il volto severo della valle e la fatica di una terra dura. Tra loro c’era Severino Zappini, falegname, zoppicante da una gamba, che avrebbe dimostrato come il coraggio non si misura dal passo ma dalla tenacia. Altri ancora: sarti, contadini, uomini di Cerés e di Tassé, uniti da un destino comune. Nel 1916 li ritroviamo in Val di Pejo, a Pontevecchio, tra pascoli sospesi e boschi che d’inverno diventavano trappole di neve. Pejo non era meno dura del Tonale: vallone chiuso, valanghe frequenti, sentieri che d’estate erano mulattiere e d’inverno corridoi di ghiaccio. Qui la guerra era meno visibile, ma non meno faticosa. Si sorvegliava, si trasportava, si resisteva. Con il passare dei mesi il battaglione si assottigliò. A metà luglio del 1915 restavano novanta uomini, quasi tutti sopra i cinquant’anni. Nel 1918 non erano più considerati combattenti, ma “lavoratori”: una parola che sembra attenuare il rischio, e invece lo moltiplicava. Portavano viveri e munizioni a spalla, salendo dal fondovalle fino alle linee del fuoco, spesso sotto il tiro dell’artiglieria italiana. Quando arrivava l’inverno, arrivava anche l’attesa: due, tre notti sotto la tenda, a cinquanta o sessant’anni, con il gelo nelle ossa e la stanchezza negli occhi. E poi i feriti. Quando c’era da scendere, non si scendeva mai leggeri. Barelle improvvisate, sentieri ghiacciati, passi lenti e attenti, perché una caduta poteva essere fatale quanto un colpo nemico. Dal maggio del 1915 al novembre del 1918, sul fronte del Tonale passarono circa mille Standschützen trentini-tirolesi. Di questi, un centinaio erano solandri. Uomini comuni, chiamati a una prova straordinaria, che vissero la guerra non come epopea, ma come servizio continuo, silenzioso, ostinato. Oggi restano le fotografie, i nomi, le carte ingiallite. Ma soprattutto resta la montagna, che ha visto tutto e non ha dimenticato nulla. Tra il Tonale e Pejo, nei silenzi che seguono il vento, sembra ancora di sentire il passo lento di quegli uomini che salirono per difendere la loro terra, senza clamore, con la sola forza della responsabilità.
Il cartellino
- Tipo:
- Fotografia
- Fonte:
- Libro Stanschutzen
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