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VAL DI SOLE NEL PERIODO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Fotografia · 1914 · OSSANA

VAL DI SOLE NEL PERIODO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

Racconto con notizie tratte da vari libri di storia.

Il racconto

Le notizie sono dovute in parte alla cortesia del compianto Quirino Bezzi, storico della valle; altre sono tratte da pubblicazioni recenti (bibl.) curate dal locale Centro Studi e dal Comune di Ossana. Il 26 luglio 1914 è pervenuto al Comune di Dimaro dal Capitano di Cles uno strano ordine: allestire un «attiraglio» completo (cioè carro, cavallo e conducente) da inviare a Pressano (Lavis) il giorno 30; il capocomune (sindaco) resti in ufficio in permanenza. Il giorno successivo a Malè e Croviana sono «fermati e tenuti pronti tutti i carradori e attiragli relativi.» Il 28 luglio, con la dichiarazione di guerra dell'Austria alla Serbia, un'ordinanza imperiale sospende tutti i diritti costituzionali. Ma in Val di Sole, come in quasi tutto l'impero, la guerra incomincia davvero il 1° agosto, quando agli angoli delle strade appaiono i manifesti che ordinano la «mobilitazione» della «leva di massa»: riguarda 21 classi, dal 1873 al 1893, cioè tutti gli uomini validi dai 21 ai 42 anni che hanno già prestato servizio militare. Nell'intero Trentino sono mobilitati 40 mila uomini, su 393 mila abitanti. Da Ossana, meno di 700 abitanti, dopo la rituale funzione religiosa, partono 64 uomini; pensano con tristezza a quanto gli avvenimenti contraddicano il vecchio, allegro detto paesano: «Presto alla fiera, tardi alla guerra». Sono obbligati a «spesarsi», cioè a provvedere al proprio mantenimento per le prime 24 ore, nonché a portare con sè la biancheria, coperta (o «valanzana») e se ne dispongono, «... pattini (schi) col bastone e racchette (caspole, crospe)...» Per gli indumenti personali e la coperta riceveranno 150 corone, gli attrezzi saranno indennizzati a parte; presso i depositi reggimentali i richiamati verranno «monturati» (rivestiti dell'uniforme, allora detta «montura») e riceveranno zaino, fucile e baionetta. Il 1° agosto, il comando ordina che «tutte le bestie solidungole (arcaica classificazione scientifica dei mammiferi equini con l'unghia d'un sol pezzo, cioè cavalli, muli, asini - ndA) assentati (assentiti, riconosciuti idonei - ndA) abili in primavera, si consegnino al militare». Gli animali saranno abbandonati al Tonale, dove i proprietari, tre giorni dopo, dovranno andare a riprenderseli. «Cuore di soldato». Il 2 agosto da Fucine parte per i confini orientali la compagnia di Standschützen che vi aveva sede (il battaglione era accampato a Vermiglio ed a Pejo); in sostituzione, giungono reparti composti da croati, ungheresi, bosniaci, acquartierati per lo più in abitazioni requisite: tenere le truppe lontane dai luoghi d'origine è un accorgimento per scoraggiare le diserzioni. Se ne vanno i medici, richiamati alle armi. Presto arrivano le notizie dei primi morti in Galizia. Sono soppressi l'inviolabilità del domicilio, il segreto postale; la corrispondenza dev'essere consegnata aperta: la censura vi apporrà un timbro ad inchiostro blu o rosso o un'etichetta con la scritta «K. u. K. Zensurstelle». Ogni giorno qualche nuovo avviso, appello, ordinanza delle autorità militari e civili diffonde, quanto meno, apprensione. Nell'ottobre, i coscritti del 1894, 20 anni, sono chiamati alle armi. L'illusione di una guerra breve svanisce in fretta; ben presto circola una battuta amara e macabra: «Se per i Santi no la finirà, per i Morti la finisse de segur». I posti di Gendarmeria di Cusiano e Malè sono stati rinforzati, altri ne vengono istituiti a Vermiglio (il cui paese, di per sè, non esiste, costituito, com'è, dalle frazioni di Cortina, Fraviano, Pizzano e Borgonuovo) Cogolo, Rabbi, Dimaro. (La Gendarmeria era stata istituita nel 1850; gli appartenenti ben addestrati, retribuiti meglio dei militari, erano, di solito, abbastanza malvisti). I gendarmi e gli «assistenti di gendarmeria» (richiamati locali, affiancati ai primi) devono usare gli stivali di loro proprietà, per l'uso dei quali ricevono un'indennità giornaliera di 10 centesimi di corona («heller»). Per disposizione del Luogotenente di Innsbruck, Conte Toggenburg, fin dal 31 agosto è istituito in ogni comune un «Comitato di soccorso economico per gli affari privati dei soldati in campo»: provvede alle famiglie, alle quali eroga un sussidio giornaliero di una corona (poi elevato a corone 1,60); entra in vigore il divieto di inviare denaro ai militari al fronte, con l'assicurazione che non ne hanno alcun bisogno, dato - si dice - che, ricevevano giornalmente 98 grammi di conserva di caffè, 400 di carne di manzo, 100 di legumi, 400 di patate, 18 di tabacco; sono provvisti di viveri per due giornate, da consumare in caso d'emergenza e ricevono ogni dieci giorni almeno corone 3.60 fra paga e «aggiunta di campo» (indennità di guerra). Tale era, evidentemente, la razione dei primi tempi, però durerà poco, perché le restrizioni si faranno sempre più pesanti. Il Governo percepisce con prontezza il pericolo della rarefazione dei viveri e fin dal febbraio 1915 il ministero dell'Interno avverte: «I nostri nemici vogliono vincerci con la fame». Istituisce le «carte di legittimazione» (tessere annonarie; i Sud-Tirolesi chiamano i generi alimentari «provianda»); i Capitanati insediano «Comitati di approvigionamento» distrettuali ai quali fanno capo le incombenze che riguardano la vita della popolazione: come tutte le strutture burocratiche asburgiche, funzioneranno bene fino alla fine, naturalmente per quanto possibile, considerata la situazione. Sono impartiti in via ufficiale suggerimenti, come, per esempio, sostituire i grassi con lo zucchero, cuocere le patate con la buccia, non mangiare il pane fresco «per ghiottoneria». Nel febbraio viene sancito l'obbligo di conferire («insinuare») all'ammasso le farine e il grano: ne vengono lasciati solo 6 chili a testa. In marzo ed in aprile 1915 s'intensifica il transito verso il Tonale di carriaggi carichi di rotoli di filo spinato e di paletti in ferro per i reticolati; si capisce che la guerra con l'Italia è ritenuta imminente: coloro che nutrono aspirazioni irredentistiche, da un lato gioiscono, perché sperano nella «redenzione», dall'altra temono i guasti materiali e morali del conflitto. Il 25 aprile il comando militare di Innsbruck ordina agli organi di polizia, nel caso di dichiarazione di guerra, di arrestare immediatamente tutti i «regnicoli» (sudditi del Regno d'Italia) e i sospetti d'irredentismo, che devono essere internati. Il 18 maggio l'Imperatore ordina la «mobilitazione» degli Standschützen (gli «immatricolati» nei «Casini di bersaglio») per il servizio di guerra: una visita militare accerta - ovviamente con larghezza - l'idoneità di ragazzi dai 15 ai 17 anni e di anziani dai 50 ai 70; con riferimento alla provenienza, si costituiscono i battaglioni, si eleggono gli ufficiali, antico privilegio di queste formazioni: costituiranno forze preziose, in particolare nei primi tempi del conflitto. Sul piano pastorale la predicazione del Vescovo di Trento: ammette che il flagello della guerra è permesso da Dio come castigo per i peccati dell'umanità; ma solo per il pentimento, quindi per il suo bene e la sua correzione. Unico rimedio: la preghiera. Il 20 aprile visita di controllo per i nati dal 1873 al 1877 (dai 42 ai 46 anni) già esclusi dal servizio militare: il 60% viene dichiarato abile ed arruolato. Con l'entrata in guerra dell'Italia, la situazione si fa dura. Il 27 maggio il Generale Dankl proclama nel Sud-Tirolo la legge marziale o «giudizio statario»: i colpevoli di «atti ostili» verso le truppe saranno puniti, gli immobili coinvolti rasi al suolo; morte per il possesso illecito di armi, atti ostili verso la popolazione fedele e sabotaggio nei riguardi delle opere pubbliche. Naturalmente, pena di morte anche per chi «... si unisce alle truppe nemiche oppure presta aiuto alle stesse...» Le severissime sanzioni sono applicabili «tanto ai militari, quanto alla popolazione dei territori nemici e dell'interno». (Identico, l'atteggiamento dei comandi italiani dall'altro lato del fronte). I ritratti del Re d'Italia, di Mazzini, di Garibaldi, nelle case degli irredentisti, vengono bruciati o nascosti per evitare il carcere. Innumerevoli i divieti: fermarsi per strada in più di due persone, chiamarsi a voce alta, tenere qualsiasi arma, uscire dal paese senza lasciapassare, attraversare ponti dalle 20 alle 5, accendere fuochi nei boschi dal tramonto all'alba, suonare le campane ad eccezione del mezzogiorno, appendere campani al collo del bestiame. Divieto anche di esporre bandiere: unica eccezione, per tre giorni, in occasione della riconquista di Leopoli (21 giugno). Il 26 maggio sono giunti a Fucine gli Schützen del Btg. Caldaro II comandato dal Maggiore Barone Nepomuceno von Dipauli, noto deputato conservatore della Dieta di Innsbruck: il battaglione è composto di tiratori di Caldaro, Cortaccia, Termeno, Magrè, Appiano (12 ufficiali, 46 sottufficiali, 277 soldati). Gli Schützen dell'Alta Val di Sole costituiscono il Battaglione «Cusiano», quelli della bassa valle il «Malè». Narra Padre Atanasio, Cappellano militare del primo (bibl.) che, durante il periodo in cui rimase a Vermiglio (21 maggio - 8 settembre 1915) i soldati di entrambi i battaglioni furono impiegati nella costruzione di trincee e reticolati e quali portatori ai posti del Passo Paradiso. Aggiunge che le domeniche e le feste, quando erano liberi, venivano «in corpore» a cantare la Messa nella chiesa di Vermiglio, dove avevano sede i comandi. È disposta la «leva in massa» di 34 classi, dal 1865 al 1898 (dai 50 ai 18 anni), partono altri 20 mila uomini. Numerosa mano d'opera viene ingaggiata per approntare in tutta fretta trincee ed ostacoli vari lungo la linea di confine: le paghe sono alte: ragazzi dai 14 ai 18 anni e donne, corone 5 al giorno, uomini oltre i 42 anni corone 7, «professionisti» corone 9: davvero allettanti, perché prima della guerra una paga giornaliera di 5 corone era quella di un buon lavoratore non specializzato. La gente accorse numerosa, volontariamente. Sotto i forti Zaccarana e Pozzi Alti le piante vengono tagliate all'altezza di un metro, i rami appuntiti e le ramaglie lasciate a terra per creare ostacoli all'eventuale avanzata del nemico. Si scavano trincee, fossati, nei punti ritenuti cruciali si stendono interminabili reticolati, con fino a sette linee di filo spinato. Il 18 agosto Francesco Giuseppe compie 84 anni. Cerimonie religiose e invito ufficiale a dimostrargli affetto beneficando i poveri, in particolare vedove ed orfani di guerra. Il 22 agosto 1915 a Vermiglio si sparge fulminea la notizia che tra il 24 e il 25 i paesi devono essere sgomberati. Subito il capocomune, il parroco e il capo dei Gendarmi si precipitano al comando militare di Fucine per chiedere la revoca del provvedimento dell'i.r. Capitano Distrettuale di Cles dr. Lantschner, il quale avverte che, dopo la mezzanotte del 25, chi, senza permesso dell'autorità militare, fosse trovato nel territorio evacuato «verrebbe senz'altro trattato giusta le norme statarie» (arresto, prigione, deportazione). Il piano relativo era stato abbozzato fin dal 1912 e perfezionato nell'aprile. Niente da fare, il provvedimento deve essere attuato e non è consentibile alcuna proroga: si temono gli effetti dei bombardamenti italiani. È una tragedia: la gente viene autorizzata a portare con sè soltanto effetti personali per non più di 5 chili; nelle case, incustodite, dovranno abbandonare tutto il resto: mobili, abiti, biancheria, stoviglie, utensili, attrezzi agricoli, provviste. Piangendo, affannatissimi, tutti si danno da fare a sotterrare o nascondere la maggior quantità di roba possibile, ma al ritorno ne troveranno ben poca: i ladri avranno tutto il tempo per rovistare con cura in ogni dove. Cavalli, asini, muli, buoi, mucche, capre, pecore, dovranno essere portati a Malè e lì consegnati. Tra il 24 e il 25, in varie tristissime colonne scortate da gendarmi e da militari, la gente, con gli animali, parte a piedi. I bambini più piccoli, che non capiscono, eccitati dalla novità, giocano, cantano, fanno chiasso: contrasto tragico, che sottolinea la gravità della sciagura. Solo per gli ammalati e per i più vecchi e malfermi ci sono pochi carri della Croce Rossa, sui quali i poveretti vengono letteralmente ammucchiati. A Malè, dopo oltre 22 chilometri a piedi, tra la pietà e le offerte di ristoro degli abitanti dei paesi attraversati, gli animali vengono consegnati e i profughi fatti salire sul tram elettrico che li porta fino a San Michele all’Adige; da lì, in treno, su carri bestiame, passando per Innsbruck, Salisburgo, Linz e Vienna, sono trasferiti nella squallida pianura ad est di Vienna, al lager di Mitterndorf am Leitha, la «Città di Legno». Gli abitanti del luogo e perfino talune autorità locali, credono che si tratti di persone allontanate perché sospette politicamente; perciò li guardano con ostilità. I motivi della dolorosa evacuazione e della destinazione forzata dei profughi che nel gennaio 1917 supereranno gli 11 mila - come disse il Luogotenente Toggenburg - erano molteplici e oggettivamente validi, in parte nello stesso interesse degli evacuati: a prescindere dal pericolo rappresentato dalle operazioni belliche, ragioni indiscutibili di sanità, igiene, polizia Vermiglio, 19 settembre 1915. Agli abitanti degli altri comuni della Val di Sole l’esodo venne risparmiato, ma anche per loro i tempi furono durissimi. Difficile - per molte ragioni - stabilire quanti furono gli esuli civili dell’intero Sud-Tirolo: la stima più attendibile parla di 60 - 70 mila, ma c’è chi afferma che furono 100 - 110 mila. «Il quadro che emerge da Mitterndorf è a dir poco impressionante. I profughi arrivarono al campo del tutto sprovvisti di vestiario; il riscaldamento e l’arredamento delle baracche erano inesistenti; i pidocchi e le cimici la facevano da padroni, resistendo a qualsiasi disinfestazione nei forni delle lavanderie e nelle acque del fiume Fisha, al quale molte donne andavano a lavare i panni. Fra il dicembre 1915 e il febbraio ’16 nel campo morirono 499 persone, il 4-5% della popolazione che a quella data vi risiedeva; 369 erano bambini compresi tra 0 e 5 anni (il loro numero sale a 404 se si estende l’età fino ai 10 anni). Le autorità politiche cercarono di attribuire l’alta mortalità all’epidemia di morbillo scoppiata fra dicembre e febbraio, ma un esame attento dei registri dei morti mostra che i decessi provocati in quei mesi da malattie esantematiche (morbillo, scarlattina, ecc.) furono «solo» 110, contro i 156 bambini morti nello stesso periodo per malattie infettive dell’apparato respiratorio (bronchite, polmonite, ecc.), i 34 decessi per malattie infettive dell’apparato digerente (enterite, ecc.) e i 35 per malattie degenerative (debolezza, ecc.) I bambini furono dunque quelli che soccombettero per primi e in maggior numero. La popolazione infantile di interi paesi ne fu annientata.» Il 28 agosto il Comune e la popolazione di Ossana, rinnovando l’evento del 1647, quando s’erano trovati circontra le truppe, e si consacrano al Cuore di Gesù e fanno - per iscritto - un voto solenne perché «il Comune, le persone e le sostanze vengano liberate dal flagello e sue conseguenze, siano preservati dalla distruzione e dall’evacuazione»; s’impegnano per 25 anni a celebrare molto solennemente la festa del Sacro Cuore di Gesù la terza domenica dopo Pentecoste, onorandolo ogni mese, nella seconda domenica; di far celebrare ogni anno due messe (in maggio e in novembre) per il suffragio delle anime «purganti»; di far distribuire ogni anno il 13 giugno, festa di Sant’Antonio, pane ai poveri del Comune per 20 corone, non grande sforzo, quest’ultimo, in verità. L’11 settembre, in previsione delle prossime nevicate, i possessori di slitte e catene di ferro sono invitati ad «insinuarle » presso il Comune: verranno indennizzati con sollecitudine. Il 17 settembre un furioso incendio le cui cause resteranno ignote distrugge quasi completamente Dimaro: un centinaio di famiglie rimangono senza tetto. Entro il 30 novembre, requisizione del rame e dell’ottone; nel dicembre la razione di farina è scesa a 200 grammi giornalieri, 300 per gli operai. Da Fucine, ogni sera, verso le 19, partono convogli - precettati - di «gionture» (carri trainati da mucche) per rifornire le posizioni; sono condotti più che altro da donne, che i soldati di scorta devono rispettare, pena la morte; le «gionture» torneranno verso le 8 del mattino successivo; oltre le carreggiabili, i trasporti fino alle linee sono effettuati a spalla da portatori militarizzati, detti «tregheri»«gionture» sarà sospeso solo nell’autunno 1917, quando funzioneranno appieno le teleferiche. La valle è trasformata in retrovia del fronte. Malè, capolinea della tramvia elettrica da Mezzolombardo (inaugurata nel 1908: è significativo che, in Italia, la linea Rovato - Edolo fosse stata inaugurata nel 1097) diviene il centro principale di smistamento: una décauville (feldbahn, «ferratella da campo») prosegue fino a Fucine, donde una teleferica sale fin sotto il Tonale, altre verso il Montozzo, Pejo, la Sforzellina, il Vioz. A Malè ha sede l’ospedale militare, un altro sarà istituito a Pellizzano. Baraccamenti sorgono un po’ dovunque: i più vasti, nei prati delle Gere, sotto S. Antonio, a Cusiano, dove ci sono grandi stalle per bovini ed equini ed un caseificio; altri a Fucine, nei prati di Isclacia e di Noval. A Isclacia c’è la stazione di partenza di una lunga teleferica che sale verso la Val di Stavel, il rifugio «Denza» della S.A.T., divenuto importante base militare, il Passo Cercen, il Gabbiolo (gruppo della Presanella). La popolazione è invitata a confezionare - senza compenso - sacchi resistenti della misura di cm. 40x60: si tratta dei famosi «sacchetti a terra», preziosi come blindamento delle trincee; se manca il tessuto, basterà richiederlo ai comandi militari. Nel gennaio 1916 granate italiane incendiano Pizzano e Fraviano, frazioni di Vermiglio. A Croviana, il primitivo campo d’aviazione d’emergenza viene sempre più dotato: la pista (400x100m) è pavimentata interamente con grosse assi di pino. Vi opereranno anche noti aviatori, tra i quali l’«asso» Franz Slanina, che precipiterà proprio in Val di Sole e sarà sepolto nel cimitero di guerra di Malè. Via via vengono effettuate sempre ulteriori «rassegne» estese dai 18 ai 55 anni nei riguardi dei rivedibili e i riformati, gran parte dei quali, dichiarati abili, devono prendere servizio. Sono esentati soltanto coloro che rivestono funzioni ritenute fondamentali per la vita civile o economica: capicomune (sindaci), segretari comunali, «fiduciari» scolastici (direttori didattici), ufficiali postali; ed anche - fatto inconcepibile in Italia - un buon numero di «malgari», perché il funzionamento delle malghe, giustamente, è ritenuto basilare per l’economia di guerra. Dalla mezzanotte del 1° maggio entra in vigore l’«ora estiva» (l’attuale «ora legale») durerà fino al 30 settembre. È stata adottata dopo il parere quasi unanime ottenuto in un referendum capillare esteso ai capicomune, curatori d’anime, fiduciari scolastici, responsabili degli uffici pubblici; nel 1917 durerà dal 16 aprile al 17 settembre, nel 1918 dall’1 aprile al 29 settembre. Analogo il provvedimento assunto in Italia. Dopo una prima requisizione di metalli effettuata nell’aprile 1915, ne seguono altre, relativamente agli oggetti di ferro, rame, bronzo, ottone, alluminio; diverranno sempre più fiscali, estese al fieno, al caucciù, alla paglia, finché nel 1918, si arriverà a quella degli arredi sacri, non indispensabili al culto, biancheria usata, scarpe fuori uso, da utilizzare per «riparature», attrezzi da montagna (piccozze, corde, sci). Ai primi del 1917 un’ordinanza perentoria impone la consegna di tutti gli oggetti di rame; eccezioni: un paiolo per polenta ogni famiglia, i secchi per l’acqua «fiorati» (cioè sbalzati, di valore artistico) le vasche delle cucine economiche (non però i coperchi). La maggior parte del rame, tuttavia, era già stata sotterrata per sottrarla alla requisizione. Più grave di tutte per le ripercussioni sull’agricoltura e le conseguenze sull’alimentazione, la requisizione del bestiame, alla quale oltre tutto, è assai difficile, se non impossibile, sottrarsi. Gli indennizzi, per la verità, non sempre, ma spesso, sono equi, in qualche caso perfino vantaggiosi rispetto ai prezzi liberi; per di più sono corrisposti seduta stante o con celerità, tramite gli uffici postali; ma la gente ricorre ad ogni sotterfugio pur di salvare la propria roba, pronta a subire le pesanti conseguenze dell’inadempienza. Nell’agosto 1916, sono requisite le campane, già ridotte al silenzio dal maggio 1915, salvo una per campanile: si salva anche la seconda - quella grande - di Cusiano, solo perché Giacomo Cogoli riesce a trafugarla, nottetempo, dal carro che la doveva trasportare e la tiene nascosta nella stalla, sotto il fieno e la paglia, fino alla fine della guerra. Erano la voce dei paesi: indicavano le ore, sottolineavano momenti importanti della giornata e non solo per il culto; chiamavano a raccolta per le funzioni religiose o le solennità civili, davano l’allarme nei casi d’incendio o di sciagura, i loro rintocchi annunciavano i funerali, rallegravano gli animi nelle festività. E una gran pena vederle scaraventare giù dai campanili, sapere che saranno fuse e non suoneranno più: le donne piangono, la popolazione è costernata, il fatto viene considerato sacrilego, tanto più che si sparge la voce che il sacro bronzo requisito finisce nelle mani degli ebrei. Nella sola pieve di Ossana, 60 delle 74 campane (kg. 19.485 di prezioso bronzo) prendono la strada delle fonderie. Vengono pagate 4 corone al chilo, ma attraverso una sottoscrizione forzosa al prestito di guerra, come dire con carta straccia. Nella valle sono presenti in gran numero prigionieri di guerra russi e serbi, adibiti ai lavori più faticosi ed infimi, alle fatiche più pesanti. Dopo un breve periodo sperimentale, la loro assegnazione presso datori di lavoro privati, però, viene revocata. Disposizioni rigorosissime regolano i rapporti tra i militari e la popolazione; ho già detto della condanna capitale per il militare che tentasse di far violenza ad una donna; ma gravi pene, unite ad una pubblicità quanto mai umiliante, sono previste anche per la donna che intrattenesse una relazione amorosa con un prigioniero di guerra. È vietato donare o vendere a costoro indumenti civili; per gli albergatori e gli osti inadempienti è previsto il ritiro della licenza. Il Natale 1916 cade in lunedì, giorno nel quale, di solito, è vietata la vendita della carne; una disposizione ministeriale consente che, data la circostanza, il divieto sia sospeso. Nel 1917 con un crescendo ininterrotto per via della chiusura del commercio da parte delle forze armate americane e dei suoi alleati, italia, russia ecc. con l’enbargo verso gli imperi centrali, la sottoalimentazione si trasforma in denutrizione e la fame si fa sentire in modo gravissimo. La gente vive di erbe cotte, (più che altro ortiche) e di qualche pagnotta scura comperata dai militari. Questi, affamati a loro volta, rubano dai campi quello che possono: patate, fagioli, rape. Per impedire i furti, vengono messe delle guardie. Tutte le forze lavorative sono impiegate nei lavori di fortificazione e nel rifornimento del fronte. I civili stanno malissimo, ma le truppe non stanno meglio. Rancio di mezzogiorno: una gavetta di broda, con navoni o pere marce; un po' di pane nero con rape. Solo raramente qualche pezzo di carne di cavallo o di mulo. Peggio di tutti stanno i poveri prigionieri russi e serbi costretti a cercare di notte tra i rifiuti qualche radice, buccia di patata o foglia di verza. Com'è naturale, in tale situazione, imperversa quella che nel secondo conflitto mondiale sarà denominata «borsa nera»: si parlerà di compravendite «di trafugo», cioè sottobanco. Manca anche il vino e l'autorità cerca di convincere che con «grisoni» (mirtillo nero) e frutta si può ottenere un ... «vinacello da pasto», certo passabile solo... in mancanza di meglio. Nel maggio, un'ordinanza del comando militare fa obbligo a tutti gli uomini tra i 17 e i 50 anni che non siano già lavoratori militarizzati, di prestare la loro opera per la manutenzione della strada del Tonale. Nel giugno il nuovo Imperatore, Carlo, concede l'amnistia per i «delitti politici»: il provvedimento è dettato senza dubbio da bontà d'animo. Il 17 agosto, un po' ovunque, si celebra con gran solennità il trentesimo compleanno di Carlo: ai militari cinque giorni di paga, vino, piccoli regali; per tutti messa al campo (alle quali la popolazione assiste e ascolta le prediche), fuochi sui monti, concerti di bande, parate. In un prato sopra Cusiano, in vista dei Monticelli e del Tonale, viene eretta un'alta struttura in legno con una grande immagine del sovrano illuminata da lampade elettriche. I festeggiamenti saranno ripetuti il 4 novembre, giorno di San Carlo. L'8 settembre il bollettino ufficiale riporta il testo del decreto che autorizza il rientro dei profughi evacuati dalle zone che non sono più ritenute strategicamente rilevanti per le operazioni militari. Dice: «Le difficoltà sempre crescenti di alloggiare ed approvvigionare in zone lontane dal fronte ed il bisogno di forze lavorative per il disbrigo dei lavori agricoli ed industriali nella zona di guerra, inducono il Ministero degli interni d'accordo col comando superiore d'armata a permettere ai profughi meridionali, tenendo conto del desiderio ripetutamente espresso, il ritorno in patria». Il 2 novembre già 2 mila profughi - su 8 mila - hanno abbandonato Mitterndorf: tra loro, 500 abitanti di Vermiglio, che però vengono accantonati nella Val di Non e in altri paesi della Val di Sole, più lontani dal fronte, per lo più presso famiglie che - generosamente - si sono dichiarate disposte ad accoglierli. Nell'ottobre, sul modello delle incette precedenti di metalli, lana, gomma, viene indetta una «raccolta generale di biancheria per scopi di guerra»: per disposizione del Capitanato, è curata dagli scolari oltre i 10 anni, sotto la direzione dei maestri ed è destinata agli appartenenti alle forze armate, ai quali lo Stato e le famiglie non sono più in grado di provvedere. Il 25 e 26 maggio 1918 quel poco che resta di Pizzano è incendiato dai cannoni italiani. Il 13 giugno, 136 granate italiane sconvolgono la strada di Vermiglio ed i dintorni. La frazione di Cortina viene pure incendiata. Le salme, avvolte in cartoni catramati (il legno è troppo prezioso!) sono sepolte in fosse comuni a 10 o 20 nel cimitero di Sant'Antonio. Il cimitero civile di Ossana era - ed è - ubicato alle pendici verso sera del Colle Tomino, uno sperone roccioso tra Cusiano e Ossana, sul quale sorge la chiesa dedicata a Sant'Antonio di Padova. In un primo tempo, i militari morti sul fronte venivano sepolti nelle località dov'erano caduti; un apposito «Campo A», delimitato dalle mura che seguono la Via Crucis fino alla piazzetta antistante alla chiesa, venne destinato, a partire dal novembre 1916, ai 116 militari e lavoratori deceduti fino al dicembre 1916 nell'ospedale di Pellizzano (Il Cappellano militare italiano Don Primo Discacciati - giuntovi dal Tonale nei primi giorni dopo la fine del conflitto - lo definì «perfetto, fornito di ogni ben di Dio e perfino del superfluo, con cinque ufficiali medici e dodici infermiere»). Nel dicembre 1916, però, le valanghe provocarono un gran numero di vittime; occupato in breve l'intero spazio interno alla cinta, le tumulazioni successive vennero effettuate all'esterno, nell'area ai piedi del colle, verso Cusiano, Dal 22 dicembre 1916 alla primavera 1917 inoltrata, si ebbero ben 134 vittime di valanghe cui dare sepoltura; così il comando decise di onorarle mediante la costruzione di un grande monumento in cemento e pietra, sul quale fu posta un'alta statua raffigurante un Kaiserschütze che tiene un fucile con il calcio appoggiato a terra (la gente del luogo lo denominò «l'Om»). Autore dell'opera, l'artista - anche lui militare - Othmar Schrott - Vorst, trentaquattrenne, di Innsbruck. Con il tempo, quello che divenne il «Campo B», si estese via via fino ad occupare un'area di 2040 metri quadrati. Per disposizione del comando militare, sui tumuli devono essere collocate solo croci di legno dipinte in nero (non in ferro, materiale troppo prezioso per gli usi di guerra) ed una targa. Non si sa quante salme furono inumate complessivamente via via nel cimitero di Ossana, perché i registri del tempo andarono perduti; un elenco relativo al «Campo B», redatto nell'immediato dopoguerra dalla Sezione di Brescia dell'«Ufficio Militare per la cura e le onoranze delle salme dei Caduti in guerra» ne elenca 711; fonte attendibile austriaca dà per esumati dai due campi 1434 salme di militari e lavoratori asburgici, traslate in varie località diverse a seconda della nazionalità. Nel settembre 1918 il foraggio per i quadrupedi dell'esercito è divenuto tanto scarso che tra le donne ed i bambini viene indetta una raccolta «patriottica» di foglie degli alberi da usare in alternativa; il provvedimento è corredato da istruzioni molto dettagliate circa le specie idonee e quelle da scartare, il trattamento da effettuare, i prezzi e i premi in natura. Eccoli: per un quintale di foglie fresche, corone 6.44, secche corone 29, più 80 centesimi ogni mezzo chilometro dal luogo di raccolta al magazzino militare. Inoltre, per invogliare maggiormente gli scolari, anche 100 grammi di farina da polenta o da pane e 15 grammi di marmellata ogni 10 chili di foglie secche o 40 di fresche. Significativo: nell'agosto 1915 il prezzo della biada era stato di sole 5 corone al quintale. Nell'ottobre scoppia la «febbre spagnola» (Nota 50) e fa strage. Poco prima della fine del mese, gli aerei militari abbandonano in volo il campo di Croviana e giungono gli aerei italiani. Ai primi di novembre il fronte crolla. È la rotta. I pochi irredentisti esultano: narra, in versi, Giovanni Dossi da Celledizzo: «Che bel che l'era el di dei Morti vardar i Todeschi scampar per i orti. I era stufi de fam e de guèra e ogni trei passi i nava per tèra.» Alle 15 del 3 novembre a Cusiano, ancor piena d'Austriaci,appaiono le prime uniformi grigioverdi. L'aspetto più vistoso del «rebalton», termine argutamente creato per la circostanza, è costituito proprio dai saccheggi dei magazzini militari, prima ad opera dei soldati asburgici e dei prigionieri di guerra, poi della popolazione e infine dei reparti italiani sopravvenuti. Hanno tutti una giustificazione: soldati austriaci, prigionieri e popolazione, per la fame patita, gl'italiani perché si tratta di preda bellica. Una nota penosa e grave. Il colonnello Celoria, interpretando un ordine superiore, emana l'ordine che gli ex-militari tirolesi già in servizio nell'esercito asburgico i quali, in borghese, sono tornati a casa, si presentino al comando di Fucine per essere inviati a Ponte di Legno onde ritirarvi il congedo. Partono su un camion. Sono dichiarati anch'essi prigionieri di guerra e inviati nei campi di concentramento. Tra i circa 60 mila sud-tirolesi arruolati nei vari reparti, imperiali e regi, (la popolazione assommava a circa 393 mila abitanti) si conteranno oltre 8 mila caduti, 14 mila feriti, 12 mila prigionieri, la maggior parte sul fronte russo. Per la popolazione solandra incomincia una nuova vita, ma non è ancora del tutto la pace. Vermiglio ha pianto 40 caduti nel conflitto: piangerà 23 vittime per la raccolta delle granate. Qui inizia un periodo difficile che farà metterà in dubbio anche le certezze degli irredentisti sul passaggio del Sud-Tirolo all’italia. Tanti propositi e aspettative saranno disattese e con l’avvento del fascismo le cose peggioreranno. Poi il resto è storia.

Il cartellino

Tipo:
Fotografia
Anno:
1914
Periodo:
1914-1918
Luogo:
OSSANA
Valle:
Val di Sole
Fonte:
STAATSARCHIV

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